Editoriale - BB matta in due mosse
Dalla vittoria di Jennifer Shahade nell'HR di open face tenutosi a Praga all'evocazione di uno dei più grandi geni di tutti i tempi. Ecco per quali motivi poker e scacchi vanno molto d'accordo.

Reputo gli scacchi il gioco che più di tutti, al mondo, si avvicina alla perfezione. Non solo per la straordinaria e quasi ineguagliabile profondità tattica che propone, ma anche per la potenza artistica che evoca l'idea di un piccolo mondo a macchie quadrate su cui sono confinati due colori che si odiano visceralmente, crudelmente costretti a uccidersi l'un l'altro per continuare a vivere.
Eppure, anche se sembra impossibile, c'è qualcosa che accomuna gli scacchi al gioco del poker. La vittoria di Jennifer Shahade nell'High Roller di Poker Cinese, che si è tenuto in settimana a Praga, mostra ancora una volta come le similitudini tra questi due mondi siano innegabili, anche solo considerando l'enorme quantità di scacchisti famosi che hanno deciso di dedicarsi anima e corpo al gioco del poker.
Già l'origine presunta dei due giochi è destinata ad accomunarli: pare infatti che - proprio come il poker - anche gli scacchi abbiano radici persiane, corroborate dalla leggenda di Sissa Nassir, matematico dello Shah che fu chiamato a inventare un gioco per distogliere il re dal tormento della perdita del proprio primogenito, caduto in battaglia.
Una poetica leggenda

Si narra che Nassir abbia ideato gli scacchi, come oggi li conosciamo (del resto, l'espressione "scacco matto" sembrerebbe l'italianizzazione un po' goffa della locuzione "shàh mat", cioè "il re è morto"). Quando mostrò il frutto del proprio ingegno al re, quest'ultimo accolse il nuovo gioco con straordinario entusiasmo, ritenendolo - a giusto merito - un capolavoro e giurando che avrebbe ricompensato Nassir con l'esaudire qualsiasi sua richiesta.
Il matematico allora domandò soltanto alcuni chicchi di riso, e precisamente uno sulla prima casella della scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza e così via, sempre raddoppiando fino a esaurire le caselle. Il re, stupito, accettò il modesto desiderio di Nassir, ma quando fu il momento di metterlo in pratica si rese conto che non esisteva in tutta la Persia (anzi, in tutto il mondo) tanto riso quanto Sissa Nassir pretendeva di avere.
L'avidità non paga, oggi come allora. E, del resto, non è mai +EV farsi beffe di un re (che oltretutto ha appena avuto un lutto in famiglia), tanto che al povero Sissa Nassir venne mozzata la testa. Morale della storia: se inventate un gioco meraviglioso, poi non chiedete troppo riso al re.
Guida galattica per pokerscacchisti
Tornando all'impresa di Jen Shahade, fu proprio la bella scacchista americana a pubblicare il primo libro che accomunava scacchi e poker. La sua guida per scacchisti che intendono darsi al poker è ricca di intuizioni geniali, come ad esempio i tornei di scacchi-poker successivamente ripresi da PokerStars, che li ha trasformati in realtà durante l'UKIPT dello scorso ottobre.
Ma è soprattutto il fratello di Jennifer, Greg Shahade, che qualche tempo fa portò l'attenzione mediatica sul paragone tra questi due sport, diventando l'oggetto di una delle più ardite prop bet mai tentate da un pokerista. Fu Tom Dwan a proporla: appassionato (ma modesto) scacchista, scommise $50.000 che avrebbe battuto un professionista come Greg in una partita di scacchi.
Ovviamente durrrr perse quella partita, ma il suo azzardo non era del tutto avventato. Dwan infatti tentò di fare leva sulla tradizionale sobrietà del mondo degli scacchi, un mondo scarsamente televisivo, in cui circolano pochi sponsor ed è praticamente impossibile andare a caccia di premi in denaro che ti cambino la vita. Greg Shahade infatti ammise di aver fatto molta fatica a battere Dwan, dato che non era mai stato abituato a giocarsi $50.000 in una sola partita.
Del resto, la differenza più abissale fra questi due mondi è proprio l'entità delle cifre che vi ruotano attorno. Gli scacchi sono considerati un gioco sobrio, rigoroso, quasi severo per certi aspetti. Quello economico è certamente uno dei fattori per cui molti maestri della scacchiera (come il numero 5 del mondo, Hikaru Nakamura) hanno deciso, recentemente, di cimentarsi nel poker.
Trova le similitudini

eccelle sia nel poker che negli scacchi
Ma io non credo che sia tutto qui. Le attinenze tra i due giochi sono nascoste, ma ci sono, e credo anzi che non esista attualmente un gioco tanto simile agli scacchi quanto è il Texas Hold'em a livello puramente tattico. Concentrazione, pazienza, pianificazione, visione globale, previsione delle mosse, adattamento all'avversario. Questi concetti, che noi oggi studiamo quotidianamente nelle lezioni dei nostri coach, sono la base della dieta di ogni scacchista che si rispetti.
Proprio come gli scacchi, anche il poker può essere rozzamente suddiviso in tre fasi di gioco: quella dell'apertura, che è generalmente la più semplice in entrambi i giochi. E poi una fase centrale di pura pianificazione tattica precede quella in cui bisogna dare la stretta finale e raccogliere il frutto del proprio sforzo mentale.
Mi rendo conto di come una similitudine del genere sia piuttosto riduttiva, soprattutto considerando il differente peso che la fortuna recita sul panno verde e sulla scacchiera di legno, forse l'unico luogo al mondo in cui la sorte trova molto difficile attecchire. Ma i grandi scacchisti - da matematici quali in genere sono - risolvono questo paragone utilizzando semplicemente i numeri. Così, una partita di scacchi non può essere paragonata a una partita di poker, ma deve trovare il proprio confronto nell'ambito di un numero molto elevato di mani.
Se giocassi dieci heads-up contro Daniel Negreanu a poker e contro Alexander Grischuk a scacchi, non dubito che (buttandola in caciara) potrei battere Kid Poker almeno un paio di volte, mentre sono destinato a perdere sicuramente tutte le partite sulla scacchiera. Ma se lo stesso paragone viene fatto su un campione di centomila mani, Negreanu ha le stesse probabilità di battermi a poker di quante non ne abbia Grischuk a scacchi.
Luske e Lasker, che passione!

Sebbene sussistano enormi differenze tra i due giochi, io credo che il vero nucleo che scacchi e poker hanno in comune sia costituito dalla profondità psicologica, comune a entrambi, e che è molto raro trovare in altri giochi. E, da fanatico appassionato di enigmistica, reputo quantomeno curioso che il mio pokerista preferito - Marcel Luske - abbia un nome molto simile a quello dello scacchista che più di tutti ha contribuito a rendere evidente questa similitudine, vale a dire il tedesco Emanuel Lasker.
Campione del mondo incontrastato nei primi anni del '900, Lasker rivoluzionò completamente il mondo degli scacchi, che fino a quel momento era stato dominato dalle teorie di Wilhelm Steinitz, primo campione del mondo, le quali imponevano il più esasperato rigore tattico.
Lasker non effettuava la mossa più corretta, ma quella che avrebbe dato più fastidio all'altro giocatore. Il suo gioco consisteva nell'adattarsi all'avversario come l'acqua all'oggetto che la contiene, per poi metterlo costantemente in crisi, mossa dopo mossa, impedendogli di mettere in pratica i propri schemi preferiti.
In una partita contro il polacco Janowski, che Lasker aveva compreso essere troppo affezionato ai propri alfieri, lo costrinse dopo poche mosse - con un'apertura mai vista - a dover scegliere di scambiare il proprio alfiere con il cavallo. Janowski non volle accettare lo scambio e così facendo si mise in condizione di perdere la partita.
In un'altra sfida, contro il grande giocatore tedesco Siegbert Tarrasch, mise in mostra un'apertura talmente rivoluzionaria che Tarrasch quasi si alzò dal tavolo, reputandola scorretta. "Non capisco come possa vincere pur giocando così male!", dichiarò, sconcertato, in seguito. Eppure non riuscì mai a batterlo.
Un genio vissuto troppo presto

Lasker fu campione del mondo per 27 anni consecutivi, dal 1894 al 1921. Il suo modo di giocare, costantemente volto alla possibilità di mettere a disagio l'avversario, incarna alla perfezione ciò che oggi i nostri coach HU insegnano quotidianamente; la sua capacità di effettuare di proposito mosse sbagliate per portare gli avversari su strade alternative, che poi non sarebbero stati in grado di percorrere fino in fondo, ne fa a tutti gli effetti l'inventore di quella che noi oggi chiamiamo deception.
Morì nel 1941, troppo presto perché l'idea di cimentarsi nel poker gli sfiorasse la mente. Ma io amo pensare che - se fosse vivo ai giorni nostri - sarebbe un headsuppista straordinario, imbattibile, da far venire gli incubi ai vari Polk, Cates e Busquet. Magari con un nick ridicolo, tipo LuckyLasky, a ricordarci che nel poker - come negli scacchi - non esiste una sola tattica giusta, ma è la grandezza di chi gioca a far scegliere quella migliore.
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