Aggiornato il 27 Feb 26 da

Perché giochiamo a poker?

In questo articolo approfondiamo le motivazioni che ci spingono a giocare, facendo un breve excursus nella storia e nella psicologia umana.

Il cibo, il sesso, il gioco – molti impulsi comandano la
nostra vita quotidiana e questi tre sembrano essere quelli più importanti. Tuttavia,
mentre la ricerca del cibo e la procreazione sono da sempre in cima alla liste
delle esigenze umane, l’impulso del gioco è stato negato, deriso e combattuto.

Possiamo addolcire il nostro lavoro con i giochi, cosa che
si tenta di fare a scuola, ma spesso non riscuote molto successo. Possiamo rendere come un
giocho dei rischi finanziari oppure delle attività fisiche, siamo anche a
conoscenza di giochini sessuali e soprattutto ai bambini riesce far sembrare un
gioco l’assunzione del cibo. Ma per chi non sarebbe strano il sesso con una
contemporanea assunzione di cibo?


Forse è questa universalità che rende il gioco da millenni uno
dei fattori determinanti della nostra vita. Prendiamo il gioco dei dadi. Gli
archeologi hanno scoperto che sono stati inventati più di 5.000 anni fa e ciò
testimonia come in un periodo dove l’uomo ha dovuto convogliare tutte le sue
energie sulla propria sopravvivenza ha avuto comunque il bisogno di svagarsi e
divertirsi.

Panem et circenses  

Gli antichi egiziani amavano passare il loro tempo con dei giochi con palloni,
attività atletiche o competizioni di nuoto. Panem et circenses
(letteralmente, Pane e giochi del circo) è una locuzione
in lingua
latina molto conosciuta e spesso citata. Era usata nella Roma
antica.

Contrariamente a quanto generalmente ritenuto, questa frase non è frutto
della fantasia popolare ma ha un autore specifico. È stata creata infatti dal poeta latino Giovenale (Satire, 10 81).

Questo poeta fu un grande autore satirico: amava descrivere l'ambiente in
cui viveva, in un'epoca nella quale chi governava si assicurava il consenso
popolare - un po' come, secondo alcuni, accade anche oggi - con elargizioni
economiche e con la concessione di svaghi (in questo caso le attività circensi
che si svolgevano negli anfiteatri quali il colosseo romano) a coloro che
erano governati.

Nel Medioevo molti conti e Re hanno tentato di proibire i
giochi d’azzardo, dal momento che erano legati a esagerazioni e violenze, ma
non ebbero mai successo.

La teoria del gioco di John Neumann negli anni Quaranta sottolinea
che il nostro approccio al gioco rispecchia il nostro modo di comportarci nella
realtà. Ancora oggi questa scoperta rappresenta una parte essenziale della
psicologia economica.

Per esemplificazione presupponiamo che un’azione ha tre
obiettivi
importanti:

  • il processo stesso
  • il risultato derivante dal processo
    e
  • le consequenze nel lungo termine.

Prendiamo come esempio lo sport: in generale compiamo delle
attività fisiche per restare in forma: la consequenza. Tuttavia, il risultato di
un appuntamento in palestra è lo stress e la fatica. La prestazione attiva alla
macchina è il processo che presenta anch’esso difficoltà. Durante il gioco le
consequenze assumono un valore secondario: siamo maggiormente orientati al
processo, perché ci divertiamo durante il gioco e ci orientiamo al risultato,
perché vogliamo vincere.

Ma cosa ci stuzzica nel gioco? I psicologi ci offrono
diversi spunti, quattro dei quali li approfondiamo in questa sede.

Innanzitutto una caratteristica importante del gioco è la
volontarietà. Nessuno ci costringe a giocare, nessuno ci premia per giocare.
In un esperimento interessante di Lepper (1972) si è constatato che i bambini
perdono la voglia di giocare se per i loro “sforzi” li viene offerta una
ricompensa. Lo scrittore tedesco Stefan Zweig propone nella sua “Schachnovelle”
(“Novella degli Scacchi” il cambio della denominazione di certi giochi. Infatti
noi non “giochiamo” a scacchi, ma lo prendiamo troppo sul serio. Esattamente
come lo facciamo con il pianoforte o il violino.

Dall’altro canto i giochi pongono una sfida al giocatore. Se
la sfida è troppo grande e il gioco troppo difficile ci arrendiamo frustrati.
Se, invece, la sfida è troppo piccola e il gioco troppo facile cerchiamo
un’alternativa. Va considerato che troppo facile e troppo difficile sono
espressioni che si basano sui desideri e le capacità dei giocatori: alcuni
preferiscono una grande sfida, per la quale hanno bisogno di ore o di giorni
per superarla, altri invece preferiscono non addentrarsi troppo nelle
difficoltà.

Due componenti psicologici di nuova data sono la motivazione
di competenza
e la auto-efficacia. Originariamente la motivazione di competenza era un concetto che affondava le sue radici nella psicologia 
evoluzionistica che lega secondo Robert White le competenze necessarie
alla sopravvivenza e la voglia di imparare queste competenze.

Ad esempio, un atteggiamento riproduttivo di ogni specie ha
lo scopo della procreazione, ma non molti obietterebbero se dicessi che l’intercorso
sessuale
non si consuma soltanto per scopi riproduttivi.

Se un gioco ci diverte
vogliamo acquisire un alto grado di competenze che ci rendono più bravi nel
gioco stesso.

Conclusione  
In fine, credo sia interessante constatare che nei giochi
percepiamo una maggiore auto-efficacia rispetto a quello che accade nella realtà.
Questo termine descrive la convinzione che le nostre azioni hanno esattamente
quell’effetto che abbiamo avuto in mente quando le abbiamo compiute. A ciò si
aggiunge: agiamo in modo autonomo, spesso esente dall’influsso di altri (nella
realtà ci muoviamo in una rete complessa di dipendenze reciproche). Possiamo
vedere i risultati dirette delle nostre giocate che in genere presentano una
prossimità temporale (nella realtà potremmo anche aspettare anni per delle
decisioni – ad esempio una sentenza). Inoltre, le condizioni di gioco, che sono
possibilmente uguali per tutti, ci permettono di analizzare meglio i propri
errori, di risolverli e di imparare da essi.

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