Cinema: California Poker
Due amici, fanatici del gioco, giungono a Reno e sbancano. Ma per loro giocare è più bello che vincere. Di cosa stiamo parlando? Leggi la News.

divertenti film sul tema del gioco con una colonna sonora straordinaria e un
duetto di alta classe. A livello narrativo-stilistico, anche nel senso della
scomposizione del racconto, è uno dei film più innovativi e originali di
Altman, una vera pacchia per la critica strutturalista.
La vita è un gioco per Charlie Waters e Billy
Denny, due tipi che hanno trovato un terreno d’incontro nella passione per il
poker e le scommesse di ogni genere. Charlie è un ciondolone che non fa niente
tutto il giorno e si affida alla generosità delle prostitute, Billy è un
giornalista svogliato che galleggia sulle onde dell’esistenza dopo il naufragio
dei suo matrimoni. La prima parte di California Poker segue i loro
vagabondaggi dalle bische agli ippodromi, con un brio che ricorda le migliori
pagine di O. Henry e di Ring Lardner e uno spirito di osservazione allenato
alla scuola dei cinema verità.
Elliott Gould (Charlie) e George Segal (Bili) si
rilanciano la palla come in una schermaglia affettuosa di antichi compagni di
scuola; e certe figurette di contorno, come la cali giri di Ann Prentiss, sorprendono
per la loro incisività. Meno attendibile è il risvolto conclusivo dei film, la
spedizione al casinò di Reno e la mastodontica vincita che ne consegue: anche
se l’ambiente è descritto splendidamente e se la matura cantante Phyhlis
Shotwell vi troneggia da vera regina del cabaret (sentitela come canta Georgia
on My Mind il cavallo di battaglia di Mildred Bailey). Ma il regista Altman ha
in serbo un granellino di filosofia: infatti Billy, appena vinta la grossa
somma, è folgorato da un attacco di spleen.
California Poker ci tiene insomma a
dire che conta il gioco e non la vincita, la speranza e non i risultati…sarà
vero?
Ma quale lucida immagine dell'America, ancora
stretta al mito del denaro, ci presenta il film. Quale senso di solitudine e
impotenza domina le ultime scene, dove Bill si raccoglie nell'assenza d'ogni
sentimento. E come stride con la rumorosa felicità di Charlie, che s'illude di
comprare la vita. California Poker è un film che sotto la buccia ospita molti
umori del vivere moderno. Soltanto chi misura la buona fortuna come un sorriso
del caso - sembra dire - può davvero giovarsene per costruirsi nuove chimere.
Chi la considera un premio del proprio destino, e la persegue come simbolo
dell'ordine delle cose, quando l'afferra stringe il vuoto. Non per ciò questo
di Altman è un film moralista. La sua grande grazia sta nella levità di uno
stile che senza sembrare è elaboratissimo, manovrato per dire con mirabile
scioltezza narrativa e di dialogo in quanti modi diversi si possono attraversare
i nostri giorni, quali sotterranei fervori e spasimi li abitino, quali azzardi
e quali scarti.
I ritratti di Bill e di Charlie sono perfetti
nella loro compiutezza psicologica e di comportamenti, anche grazie
all'interpretazione di George Segal e di Elliott Gould, ma il film non si esaurisce nel
disegno delle loro figure. I personaggi femminili hanno, seppure sullo sfondo,
un preciso risalto: mondane di lusso, anch'esse venerano il denaro, ma senza la
cupezza propria di Bill. Susan, che s'innamora dei suoi clienti, serba un
candore sul quale Altman fa dell'ironia, ma con misura. È la stessa ironia con
cui Altman guarda le parti di contorno: tutte di giocatori nevrotici, che vanno
in bestia se perdono o tentano di rifarsi con la violenza. Simboli d'un vivere
senza ragione, alienato ed esposto ad assurdi litigi. Ma forse anche perciò,
come suggerisce l'ambigua lezione del film, propenso alla resa
dell'intelligenza, affidato alla sorte.