Editoriale - Chi piange di più?
Le parole di fuoco di Dario Minieri spostano l'attenzione sulla povertà del mercato italiano. Ma quante inadeguatezze accomunano il nostro poker con quello transalpino? L'abbiamo chiesto direttamente ai colleghi della community francese e...
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| Se a Malta tassano i ciuffi sei fritto |
In una recente intervista a PokerListings.com, la popolare star del poker Dario Minieri ha fatto la voce grossa, togliendosi dalla scarpa alcuni sassoloni e lanciandoli nello stagno in modo che non mancassero di generare i classici cerchi concentrici attorno al proprio tonfo. Si tratta di considerazioni che tutti noi abbiamo carezzato, ma certamente sentirle dalla bocca di uno che un braccialetto WSOP l'ha vinto per davvero è tutta un'altra storia. Il sasso più grosso? Eccolo: "Il governo italiano sta facendo di tutto per rendere impossibile la vita ai giocatori di poker".
Minieri lamenta soprattutto la povertà di un mercato - con i players italiani costretti a confrontarsi soltanto sul .it - che oltre a mettere a disposizione dei big premi molto più bassi di quelli internazionali, non dà ai più bravi la possibilità di migliorare. "Se oggi sono un buon giocatore", ha esemplificato con chiarezza Dario, "lo devo soprattutto al fatto di aver potuto giocare con gente come Shaun Deeb, cioè i migliori giocatori al mondo".
Ma è anche la tassazione troppo alta a inferocire Minieri, che infatti ha subito chiarito le ragioni del proprio "esilio" in terra di Malta (isola scelta da molti giocatori italiani, da Mustapha Kanit a Giuseppe Polichetti, fresco del 4° posto nel Main Event WCOOP). Ma è davvero così terribile la situazione italiana?
Inguaribilmente casinisti, ma nella norma
Come sappiamo tutti, in Italia le tasse sono calcolate sulla rake lorda e - per chi gioca sui client .it - sono quantificabili in un 20% che sicuramente è una cifra alta, ma nemmeno altissima. Naturale che, per uno come Minieri - che di poker ci vive - il 5% scarso di Malta (calcolato sul profitto netto delle poker room) rappresenti una svolta in termini di stipendio, ma ci sono attualmente paesi che stanno soffrendo questa situazione forse anche più di noi.
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| Leggende dicono che Van Gogh abbia mandato un orecchio come pagamento al fisco olandese |
Tralasciando esempi come quello olandese (29% di tassazione), oppure Spagna e Danimarca (che comunque stanno sul 25%), il più eclatante è quello che sta devastando il mercato del poker francese. Un poker nobile, che annovera molti giocatori di primissimo ordine e che in questo stesso momento sta ospitando le World Series europee.

Fondamentalmente è come se il codice stradale attualmente in uso fosse stato scritto da Erasmo da Rotterdam nel 1525. Ma si sa che nell'indeterminatezza legislativa lo Stato tende quasi sempre a trarre i maggiori vantaggi, dunque è così che siamo giunti all'attuale situazione: giocare sulle .com è in teoria illegale, ma in pratica è accettato se chi lo fa si rende disponibile a dichiarare le proprie vincite, pagando così due volte le tasse.
Il sistema francese
In Francia la legge è sicuramente più chiara: i giocatori con nazionalità francese non possono giocare sul mercato .com. E fin qui facciamo la classica figura da fessi. Eppure i cugini hanno enormi problemi con un sistema di tassazione terrificante, che per certi versi rende l'Agenzia delle Entrate italiana una specie di amico del cuore cui confidare tutti i propri segreti.
Forse cercando di ricordare a tutto il mondo che ha inventato la ghigliottina, infatti, lo Stato francese sta praticamente decapitando il poker nazionale con uno strumento molto simile alla ghigliottina stessa: un'aliquota che pende direttamente "sur les mises", ovvero su tutto ciò che un giocatore mette nel piatto: puntate, rilanci, bui... In pratica è sufficiente che il vostro denaro finisca nel piatto perché una parte di esso vada in pasto allo Stato.
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| La preparazione di un tavolo da poker a Parigi nel 1789 |
Con questo sistema agghiacciante la rake francese diventa di gran lunga la più alta d'Europa. Ma non è finita qui, perché i giocatori professionisti - sui già magri guadagni che hanno valicato il tragico filtro della rake - devono anche pagare le tasse al Fisco. Questo in realtà accade soltanto se il giocatore è un professionista, sebbene non esista attualmente un "ordine" o un "albo" che differenzi un normale amatore da uno che gioca per mestiere.
Come fare, dunque, a distinguere un lavoratore da un dilettante? Se uno guadagna è da considerare un professionista e se perde invece no? E allora Gus Hansen, che negli ultimi anni ha gettato una vera e propria barca di denaro, secondo questa teoria dovrebbe pagare le tasse come un professionista qualsiasi o non pagarle come un qualsiasi donk? O forse dovrebbe farsi pagare dal Fisco?
Il ritorno del Fisco vivente
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| "Cinquina!!!" |
Fino a pochi anni fa, in effetti, "le Fisc" considerava il poker alla stessa stregua della tombola o di una qualsiasi lotteria, ovvero inscrivibile nel novero dei giochi di puro azzardo e quindi non tassabile ulteriormente. Ma quando è venuto fuori che alcuni giocatori vincono regolarmente giocando, il sistema è andato in una sorta di corto circuito: chi guadagna è un professionista, e i professionisti devono pagare le tasse.
I corti circuiti fiscali durano molto poco: se fra le varie soluzioni c'è quella di spremere un contribuente con una motivazione anche solo lontanamente plausibile, allora la soluzione è stata trovata. Di qui una serie di verifiche fiscali che hanno costretto più di un giocatore a dover dichiarare (anche retroattivamente!) le proprie vincite, quantunque esse fossero provenienti dal mercato .fr, che già ha tassazioni molto impegnative.
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| Un professionista rimasto in Francia |
Risultato di tutto questo bailamme: gran parte dei giocatori di bandiera francese è schizzata all'estero, con l'ovvio impoverimento del mercato pokeristico transalpino. L'amico mistervolty sostiene che qualche stoico eroe ancora resiste, ma anche che non saranno più di 20-30 i professionisti che accettano queste imposizioni e l'ulteriore dichiarazione fiscale pur di poter abitare ancora nel proprio paese.
Insomma: se Atene piange, Sparta è nella disperazione più cupa. A conti fatti, però, l'impressione è che sia meglio tenerci i nostri guai, perché quelli dei vicini sono anche peggiori. E che se avessero intervistato "Dariò Minière", detto "le supernòv", i sassi sarebbero stati macigni. La speranza è, ancora una volta, il sogno d'un mercato unico europeo. Le comunità pokeristiche italiana e francese (e non solo loro) avrebbero molto da guadagnarci.
Ma quanto spesso accade che la fantascienza diventi realtà?
by

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