Aggiornato il 28 Feb 26 da

Editoriale - Fight Club

Fioccano gli incontri di lotta tra pokeristi: Alvarado sfiderà Busquet, Mizzi farà lo stesso contro Brian Rast. Ma i pugni in testa non sono nemici del poker? Ecco spiegato perché non lo sono...

Hansen-Jorgensen
Gus Vs Theo

Quando, nel lontano febbraio del 2009, Gus Hansen sfidò il connazionale Theo Jorgensen in un incontro di pugilato, su un vero ring, in molti applaudirono l'idea. Poteva essere una novità interessante: due mingherlini a cui qualcuno ha infilato per dispetto un paio di guantoni e dei pantaloncini luccicanti, per poi piantarli in due paia di stivaletti coi lacci infiniti e vederli danzare goffamente sul quadrato menando mazzate a caso.

Un po' più seriamente l'avevano presa i pochi che a quell'epoca (oggi sono sicuramente di più) s'interessavano quotidianamente al mondo del poker, e che sapevano che quando un grande pokerista propbetta qualcosa, solitamente ci mette tanto di quell'impegno da rischiare perfino di ammazzarsi. La lista degli aspiranti suicidi, in effetti, è piuttosto lunga da queste parti: Ted Forrest tentò di uccidersi di fame per una sfida contro Matusow (che nemmeno ha pagato il debito di gioco). Huck Seed scommettendo con Hellmuth che sarebbe rimasto 18 ore a mollo nell'oceano. Phil Ivey ci ha provato più volte: l'ultima rinunciando ai carboidrati per tre mesi (che poi si tradussero in pochi giorni, prima che il suo corpo desse forfait).

Suicida fai-da-te? Ahiahiahi...

Manny Pacquiao
Manny Pacquiao, campione di pugilato e grande appassionato di poker

Insomma, sembra proprio che la passione dei pokeristi per il fatal gesto sia piuttosto di moda al giorno d'oggi. La cosa mi stupiva, inizialmente: ma ripensandoci più attentamente non è poi così strano. La vita del pokerista è infatti estrema in tutto: è quella di una mente brillante, che ha studiato a lungo cavalcando una passione pur di emergere in un mondo estremamente difficile e competitivo.

Una mente del genere, di solito, non va molto d'accordo con un corpo costretto a rimanere inerte per diverse ore al giorno. Soprattutto perché qui non stiamo parlando di un onesto lavoro di conteggio, come quello di un comune ragioniere, ma siamo di fronte a una serie di impulsi che possono essere anche devastanti dal punto di vista psicofisico. Questo significa che il corpo del pokerista alterna continuamente concentratissimi fiotti di noia, tensione e frustrazione, che si traducono alla fine in uno stress devastante.

Non è un caso che i più grandi campioni di questo sport tengano in maniera quasi maniacale alla forma fisica. Il corpo è schiavo della mente, è vero, ma questo rapporto è assolutamente simbiotico, e anche il nostro cervello deve sottostare ai bisogni del corpo. Tempo fa mi è capitato di scrivere un articolo su uno studio scientifico (a proposito, ma chi li commissiona questi esperimenti?!) che dimostrò come non ci sia molta differenza fra il giocare moderatamente ubriachi o afflitti dall'urgenza di andare a fare la pipì.

Se quindi una semplice impellenza vescicale è in grado di minare così pesantemente il nostro gioco, è evidente come sia elevato l'influsso di un corpo prostrato su un cervello costretto a pensare senza tregua. Questo è uno dei motivi principali per cui il poker è un gioco giovane: difficile, infatti, che un over 40 riesca a reggere per intero i ritmi imposti oggi dalla professione di grinder, alla faccia di chi si ostina a sostenere che il poker non sia uno sport in tutto e per tutto.

Stress e botte, accoppiata vincente

JC Alvarado
Juan Carlos Alvarado

Se da un lato non è difficile comprendere i motivi per cui i più grandi pokeristi tendano a prediligere una vita sana, dall'altro risulta un po' più complicato capire in che modo questo si risolva in una serie di gesti sconsiderati, come propbet estreme e combattimenti all'ultimo sangue, che con la fitness-mania non hanno proprio niente a che vedere.

Eppure sono convinto che le due cose non siano così distanti come potrebbe apparire a una prima analisi. Chiaro che qualsiasi persona sana di mente non metterebbe mai nello stesso novero un gruppo di persone che sta facendo jogging e mangiando verdure, e un altro gruppo di persone che sta allegramente tentando di suicidarsi combattendo contro un collega, o peggio facendosi scassare il cranio da un professionista delle arti marziali (come ha tentato di fare pochi giorni fa Huck Seed con Terrence Chan).

Senza contare che i pugni in testa, storicamente, non si accordano benissimo con una professione che ti costringe a usare la stessa testa per pensare. Quando giocavo seriamente a calcio lessi di un medico che sosteneva che ogni colpo di testa costava a un calciatore la morte di migliaia di cellule cerebrali. Il che significa che dopo un gol aereo su calcio d'angolo, sei un po' più cretino di com'eri prima. E in quel caso si colpisce un leggerissimo pallone di cuoio, non certo un guantone da boxe farcito dal micidiale pugno di un gigante come Demetrious Johnson, che pochi giorni fa a momenti ammazzava il pokerista messicano Alvarado colpendolo al fegato in un allenamento.

Eppure lo stress di cui ho parlato si traduce, nelle menti irrequiete (come quelle di quasi tutti i pokeristi), in voglia di cimentarsi in qualcosa di estremo. Non può essere una corsetta sul viale alberato, né una sana (sebbene terrificante) magnata di soia e pesce azzurro. Dev'essere qualcosa che scateni il corpo frustrato da ore di posa. E che mantenga il cervello in costante azione, ma al contempo sia in grado di cancellare tutte le scorie collezionate al tavolo da gioco. Cosa potrebbe mai soddisfare la voglia di azione in un cervello abituato a giocarsi uno stipendio con un solo click del mouse, se non un esercizio che solo gli stuntman non assocerebbero a un tentativo di suicidio?

L'ultima regola del Fight Club

Sorel Mizzi
Sorel Mizzi

Ecco dunque spiegato per quale motivo Theo Jorgensen e Gus Hansen incrociano i guantoni sul ring. Ecco perché Lex Veldhuis e Bertrand Grospellier, i cui bicipiti sono grossi più o meno come i molari di Mike Tyson, finiscono a scassarsi di mazzate in una gabbia di Mixed Martial Arts. Ecco perché Huck Seed ama prendere cazzotti da Chan.

Ed ecco anche perché JC Alvarado e Olivier Busquet si picchieranno fra pochi mesi, così come hanno deciso di fare (per beneficenza) anche Brian Rast e Sorel Mizzi, aspirante suicida recidivo, visto che in passato ha combattuto anche con l'altrettanto recidivo Grospellier. Tanti auguri a tutti e noi muniamoci di popcorn, perché ormai s'è capito da tempo che boxe e poker sono giochi tanto distanti quanto simili. Nessun antico sport al mondo è mentalmente feroce come lo è il pugilato. Nessun gioco moderno al mondo lo è come il poker.

In entrambi i casi l'uomo è solo, mentalmente e fisicamente. In entrambi i casi dovrà scontrarsi con il paradosso etico secondo cui le proprie fortune passano attraverso l'eliminazione dell'avversario. Dovrà fare i conti con il senso di colpa per aver inflitto dolore (o povertà, è la stessa cosa), dovrà convivere con l'irrisolvibile conflitto d'interessi generato dal fatto di rispettare un avversario pur odiandolo, di complimentarsi con lui per un bel colpo andato a segno, sebbene doloroso, di rispondere con dignità all'umanissimo impulso di chi in fondo vorrebbe solo poter distruggere il fisico e la psiche del nemico, mentre quest'ultimo cerca di fare altrettanto.

Poker e boxe sono fratelli. Per questo gente come Manny Pacquiao ama il poker. Per questo gente come Jorgensen o Hansen ama la boxe. Alla fine è più o meno come entrare nel Fight Club: la prima regola (come pure la seconda) è non andare in giro a strombazzare di essere un pokerista professionista. Molti, dal fisco alla nonna, non capirebbero. Sia nel poker, sia nella lotta, vi troverete di fronte a ostacoli durissimi e non vi potrete esimere dall'affrontarli, perché nel poker - come nella boxe - una volta sul ring non si torna indietro.

È l'ottava e ultima regola: se questa è la vostra prima sera al Fight Club... dovete combattere!