Aggiornato il 28 Feb 26 da

Editoriale - I sette nani e l'ipocrisia di Colman

Le dichiarazioni del giovane campione del Big One for One Drop hanno scatenato il dibattito in rete. Ma sono davvero così originali le sue parole? E cosa c'entrano Dotto e Brontolo con tutto questo?

Un simpatico detto racconta che se vai ogni giorno a lavorare canticchiando o sei un miliardario, o ti droghi, oppure sei uno dei sette nani. Daniel Colman, fresco vincitore del Big One for One Drop per la pachidermica cifra di $15.306.668, questo problema non ce l'ha, visto che - pur essendo effettivamente miliardario - di sicuro non canticchia mentre lavora.

Ciò si evince abbastanza nettamente dalle dichiarazioni apparse due giorni fa sul suo blog, utili a spiegare per quale ragione - subito dopo la vittoria - il ragazzo se la fosse squagliata senza rilasciare la classica intervista e senza concedersi ai flash e ai fan. A uso di chi non avesse letto ciò che Colman ha scritto, riassumiamo il suo punto di vista tentando di rimanere il più possibile adiacenti alle parole dell'americano:

"Non devo assolutamente niente al poker. Ho avuto fortuna a poter guadagnare soldi da questo gioco, ma ho anche potuto vedere quanto male ci sia in esso. I professionisti del poker non sono felici e soddisfatti. La varianza è tremendamente stressante e tutto questo è deleterio per la salute. Nessuno dovrebbe diventare un pokerista professionista.

Daniel Colman
Daniel Colman con i suoi quindici chili di bigliettoni - Foto by PokerNews

Questo non è un gioco in cui la gente è felice di pagare per divertirsi. È un gioco in cui i perdenti spendono più soldi di quelli che i vincenti riescono a guadagnare. Non capisco perché qualcuno abbia il desiderio di giocare a questo gioco d'azzardo e sono contrario a pubblicizzare il poker, così come lo sono per il tabacco e per l'alcool. Il poker non è un gioco sano. Ha un impatto negativo sulle persone, sia finanziariamente che emotivamente".

Una questione controversa

Arcangelo Raffaele
Mi han detto che lì si paga meno rake

Le parole dell'antidivo Colman hanno scatenato in rete il dibattito sulla legittimità del poker, quasi come prima di esse ritenessimo le poker room popolate da intellettuali di sinistra e discepoli dell'arcangelo Raffaele. Quasi come fossimo convinti che i fish siano stackati da oscuri mecenati a libro paga di una multinazionale pentita.

In molti hanno dichiarato di trovare giustissimo e condivisibile il punto di vista del campione. Alcuni si sono spinti anche più in là, elevandolo a "uomo giusto" fino a farlo diventare "l'unico pokerista non ipocrita in circolazione". Io, devo dirlo, un'opinione in questi casi tendo a farmela solo dopo aver letto quelle altrui. E non perché abbia bisogno di spunti o perché veneri l'inflazionatissima moda dell'emulazione, ma perché credo che queste dichiarazioni siano solo una causa che attende il proprio effetto. Senza l'effetto che generano, sono utili come un calzascarpe per travasare una damigiana di barolo.

Mi spiego meglio: Daniel Colman - che, ricordiamolo, ha vinto una cifra che equivale più o meno al quadruplo dei soldi che tutti i lettori di questo editoriale, messi insieme, riusciranno mai a racimolare in tutta la propria vita lavorativa - ha voluto con queste frasi apparentemente originali giustificare i motivi di un gesto apparentemente molto maleducato, cioè quello di un atleta vincente che diserta parte della premiazione.

Qualcosa di nuovo

venditore
Se vendo mangio, sennò digiuno

Ma il punto è: sono davvero così originali queste frasi? Che il poker non sia un lavoro sano lo sapevamo tutti anche prima che ce lo dicesse Colman. Varianza, stress mentale, incognite finanziarie: sono le stesse problematiche del 60% dei mestieri che chiunque di noi potrebbe scegliere, dall'assicuratore all'agente immobiliare, dallo scrittore al venditore di enciclopedie.

Che il guadagno di un pokerista si basasse essenzialmente sulle perdite di qualcun altro, sapevamo benissimo anche questo. Anche in questo caso il principio non si distanzia così tanto da quello dell'avvocato che si fa pagare per aver difeso un innocente, oppure del dentista che salassa il portafogli di un operaio martoriato dalla pulpite.

Sull'impatto emotiviamente negativo ho le mie riserve, perché Colman - con una serietà che non s'addice affatto all'entusiasmo che dovrebbe avere un ragazzo di 23 anni - non può evitare con tale nonchalance di considerare il divertimento, la passione e l'aspetto sociale che genera (a pagamento, perché no) questo gioco. Ne siamo testimoni noi, su questa stessa community, dove ho potuto stringere amicizia con persone che davvero apprezzo molto.

Ma, aldilà di questo punto, resta il fatto che ciò che ha scritto mrGR33N13 sia condivisibile quasi per intero. Banale, retorico, inutile, se vogliamo, ma condivisibile. Ciò che invece non è condivisibile è il modo, il tono e il tempismo di chi penetra volontariamente nel meccanismo di un mondo che così aspramente disprezza. E che ne fa la propria vita, il motore della propria ricchezza e a conti fatti l'unico motivo per cui oggi ci sia qualcuno disposto ad ascoltare le parole di un ragazzo che - senza poker - sarebbe solo un 23enne massacrato dai dubbi e dalla forfora, proprio come tutti gli altri.

Tre motivi per la stessa caduta

Daniel Negreanu
KidPoker ha detto di condividere solo
in parte le parole di Daniel Colman

Ammesso che non si tratti della colossale whinata di chi ha venduto un po' troppe quote e si godrà forse l'1% dei 15 milioni guadagnati (come argutamente ha fatto notare 87dylan fra i commenti alla notizia), quella di Colman somiglia tanto a una grossa caduta di stile. Per almeno tre motivi, che elencherei per ordine crescente di importanza.

Primo, perché è quasi sempre stucchevole che si proferiscano caustiche ovvietà per innescare l'applauso della folla ("I poliziotti rischiano la vita per mille euro al mese!", "L'uomo è l'animale più distruttivo sulla faccia del pianeta!", "I mondiali di calcio sono solo 22 miliardari ignoranti che inseguono una palla in mutande!").

Secondo, perché si può essere educati anche se si è incazzati di natura. Non dico tanto nei confronti degli organizzatori del torneo (che comunque ti hanno appena pagato un assegno da 15 milioni), ma più con i tanti appassionati che hanno seguito col fiato sospeso le gesta di questo ragazzo pur consapevoli che la loro passione non sarebbe valsa nemmeno un dollaro bucato. Concetto espresso molto bene da quel vecchio saggio in cui si sta ultimamente trasformando Daniel Negreanu, runner up di questo evento: "Non devi nulla alla cameriera che ti porta un'ordinazione, ma un 'grazie' o una mancia restano comunque un gesto della tua cortesia".

E terzo, infine, per quella orribile frase, proferita nel modo sbagliato e nel momento sbagliato. "Non devo nulla al poker", lo puoi dire se a 50 anni ti sei sbattuto per 30 anni a strigliare la moquette di un casinò per €1.500 al mese. Ma non ha lo stesso effetto se raccontato da un giovanotto che ha appena incassato 15 milioni di dollari per aver vinto un torneo la cui iscrizione era costata una cifra a sei zeri.

Soltanto uno strumento

Rocco Siffredi
"Sai che dovresti passare le tue serate
a letto a leggere Marcel Proust?"

Perché mette in discussione tutta la tua vita, caro Dan. Non basta che alla fine del discorso tu riesca a incerottare il tutto con un "Gioco a poker perché mi piace il lato strategico del gioco, ma sono anche consapevole di quello oscuro". Forse basterebbe se tu fossi un comune impiegato del catasto con il vizietto di giocarsi un centone alla telesina con gli amici il giovedì sera.

Detto invece da uno che esegue (non "gioca", si badi bene) il poker a quei livelli da quando era un adolescente, e che grazie al poker ha potuto sfruttare il proprio talento e diventare ricco e famoso, suona ipocrita come costruire carri armati condannando la guerra o predicare la castità dal bancone di un bordello.

In tutto questo, il poker resta esattamente ciò che era prima che Colman aprisse bocca. Un gioco così ben fatto da cominciare a far volare denaro tutt'intorno. Un mero strumento che, assecondando (forse un po' troppo in fretta) l'indole delle persone, può essere usato per divertirsi, per arricchirsi o più prosaicamente per rovinarsi.

Ed è davvero molto brutto che ci sia gente che ci si rovina. Ma, detto questo, cosa è più utile per evitare che ciò accada? Sputare sul piatto in cui si è ampiamente ben mangiato, invitando le persone a scegliere altri lidi per decidere di rovinarsi, oppure tentare di insegnare con pazienza (e passione) che c'è anche un modo giusto per utilizzare strumenti spigolosi e appassionanti come questo gioco?

by n10juan