Editoriale - Il campione cacciato a calci
Accade qualcosa di strano nel mondo del poker: i grandi vincenti vengono buttati in mezzo a una strada. Ma perché succede? E, soprattutto: è davvero un male per il futuro del gioco?

Curioso il destino di Jonathan Duhamel. Quando, nel 2010, diventò campione del mondo, non lo conosceva praticamente nessuno. Perfino Phil Ivey, qualche mese dopo, si stupì di averlo accanto al tavolo di un high-roller da €100.000. "Chi è costui?" - "Ma è il campione del mondo 2010!" - "Ah sì?".
Forse Duhamel non ha la faccia del campione (ma chi ce l'ha?), eppure s'è messo d'impegno per guadagnarsi un nome. Dopo il Main Event WSOP ha vinto tanto, più di tre milioni e mezzo, sigillando la propria immagine ed entrando a far parte del Team Pro di PokerStars. E ora, che finalmente lo conoscono tutti, proprio da PokerStars viene scaricato.
In buona compagnia, s'intende, perché gli unici campioni del mondo che oggi hanno ancora una sponsorizzazione sono Chris Moneymaker e Greg Merson. Tutti gli altri sono senza contratto. Son finiti i soldi, ti viene da pensare, ma poi scopri che nello stesso team che ha allontanato Joe Cada e Jonathan Duhamel c'è Rafa Nadal, c'è Ronaldo, da qualche ora c'è perfino Neymar.
Cosa sta succedendo? Per quale ragione i campioni sono in mezzo a una strada e invece personaggi che col poker non c'entrano niente acchiappano un sacco di soldi per portare le patch delle room più prestigiose al mondo? Ve la immaginate la Juventus a tesserare Lino Banfi e Michael Bublé, indicando la porta di servizio a grandi campioni come Nedved e Buffon?
Sotto la coperta del pregiudizio

Pensare che Jonathan Duhamel e Joe Cada vengano allontanati dallo stesso team che pochi giorni dopo tenta di ricoprire di denaro Zlatan Ibrahimovic (che rifiuta) e poi vira su Neymar, può sembrare a prima vista un'assurdità. Ma le aziende come PokerStars difficilmente corteggiano il suicidio, dunque una motivazione plausibile deve pur esserci, sepolta sotto le apparenze.
E il motivo per cui le poker room agiscono così sta tutto nelle peculiarità uniche del mercato pokeristico. Un mercato che è stato dato troppo a lungo per morente, e che invece possiede ancora delle potenzialità enormi. Pensiamo ad esempio al rapporto con la legge: si tratta di un gioco pressoché proibito in gran parte del mondo, eppure prospera ugualmente. Cosa accadrebbe se domani, per assurdo, venisse "sbloccato" ovunque, sul pianeta?
Ma le più grandi potenzialità, il poker, le cela dietro la coperta del pregiudizio. È proprio là sotto che si annidano milioni di possibili giocatori che tutt'oggi evitano il contatto con questo splendido gioco ritenendo che poker significhi automaticamente vizio, e che il vizio porti dritto alla ludopatia.
Ed è un pensiero figlio soltanto del pregiudizio. Non l'hanno pensata così per il bingo, che ha gettato sul lastrico migliaia di famiglie, ma nella sorpresa generale, perché chi potrebbe mai credere che una partita a tombola possa fare danni? Non l'hanno presa così male per il lotto e i gratta e vinci, che pure massacrano i bilanci di milioni di persone, perché sono giochi accettati dalla tradizione.
Il potere dell'ignoranza
In mezzo a questo strano gioco di maschere, la gente si dimentica - o non sa - che il poker sportivo è oggi l'unico passatempo moderno che unisca al divertimento del gambling un fattore troppo spesso ignorato, che si chiama meritocrazia. Ma siamo così distanti dal momento in cui questo passaggio verrà compreso e accettato, che le poker room stanno agendo ancora al livello precedente. Cioè quello dell'accettazione.
Non serve, dunque, che a portare le patch della room più prestigiosa al mondo sia un grande giocatore come Jonathan Duhamel, uno che ha vinto tanto perché ha studiato tanto, uno che fatica e si aggiorna per fare il proprio lavoro al meglio. Non serve, perché non interessa a nessuno, se non a chi il poker ce l'ha già nel sangue.
A questo livello, invece, i Rafa Nadal, i Neymar e i Ronaldo, possono essere molto più utili alla causa. È lo stesso principio della pubblicità. A mostrarci che un cioccolatino è buono non serve il maestro cioccolataio che conoscono solo gli appassionati. Serve la megastar, anche se non è capace neanche di zuccherarsi il tè. Perché in questo mondo fatto al rovescio l'ignoranza di Neymar può raggiungere angoli che la sapienza (pokeristica, s'intende) di Duhamel non sfiorerà mai.
Questo è anche il motivo per cui le poker room hanno remore soltanto a privarsi di icone come Moneymaker e Merson. Il primo rappresenta ancora l'immagine del modesto contabile che vince i milioni tramite un pidocchioso satellite acchiappato su internet. Il secondo è l'emblema del giovane che supera un mostro come la tossicodipendenza e lo fa proprio grazie al poker.
Ciò che a prima vista ci sembra assurdo, e cioè che grandi giocatori lascino un team pokeristico prestigioso per far spazio a fish sbarbatelli che pensano che il kicker sia il tizio che calcia le punizioni, è in realtà un bene per la salute del poker. Vedere un campione dal viso pulito come Neymar accanto al logo di PokerStars convince la gente che non ci sia poi così tanto vizio in questo gioco. Lima i pregiudizi e apre le porte a quella enorme fetta di mercato che oggi non gioca perché ha ancora indosso il bavaglio della morale.
Il nostro segreto

In fondo, se ci pensate bene, siamo i custodi di un segreto. Il segreto che dietro questo gioco di carte si nasconda in realtà qualcosa di molto più profondo, di più complesso, di più straordinariamente architettato, che non un semplice giro di roulette. Il segreto che non basti avere una faccia imperturbabile, tanto coraggio e un po' di strafottenza per pianificare un bluff come si deve. Ed è un segreto che può sembrarvi insulso, ma vi assicuro che la maggior parte della gente non ne è lontanamente a conoscenza.
Fatte le debite proporzioni, in tutto questo, non siamo diversi da quei pionieri del '400 che andavano dicendo in giro che la Terra non finiva alle Colonne d'Ercole, ma che c'erano altri mondi, mondi nuovi, dopo quel mostro d'acqua che oggi si chiama Atlantico. Vennero presi per pazzi, alle volte per indemoniati, finché non si comprese che avevano ragione.
In qualità di custode di questo oscuro segreto, e cioè che il poker sportivo - giocato con tutte le precauzioni che i coach insegnano - è una dura scalata fatta di studio e passione, non posso che strizzare l'occhio all'arrivo di tanti piccoli Neymar. So che le poker room lo fanno per tutelare il proprio business e non certo per amore verso il poker, ma - anche se ideologicamente tento in tutti i modi di deprecare il denaro - sono felice che lo facciano, perché il loro obiettivo in fondo è identico al mio.
Far capire ai pesci che il mare è più profondo di quanto non si pensi.