Aggiornato il 28 Feb 26 da

Editoriale - Il genio che non era un genio

Da piccolo terremoto che a 8 anni stressa il nonno per imparare lo Stud a donk regala-soldi al Tropicana di Atlantic City. Fino a diventare Phil Ivey. Ecco l'incredibile storia della nascita di una leggenda del poker.

Marcel Luske
Il mio mito pokeristico

Quando iniziai a giocare a Texas Hold'em, nei primi anni 2000, non sapevo che dietro quel simpatico giochino online esistesse tutto un mondo. Facevo i freeroll su un sito finlandese, in un'epoca in cui le scuole di poker erano pochissime (o nascoste molto bene) e la gente quando aveva un asso in mano lo scambiava per una corda elastica e ci si buttava alla grande tipo bungee jumping.

Il mondo che c'era dietro lo scoprii nel 2007, quando Italia 1 cominciò a trasmettere Poker1Mania. Ovviamente, come per molti di voi, il mio primo mentore diventò Luca Pagano, giocatore piuttosto nit, ma che al microfono - in ogni caso - ci sapeva fare. Tramite le sue parole iniziai a conoscere i più grandi miti del poker e la mia infatuazione per Daniel Negreanu, che ancora oggi considero il miglior giocatore vivente, ebbe origine allora.

C'era poi un certo Phil, faccione da Arnold appena arrivato da una seduta dall'estetista, labbroni socchiusi in un'espressione stralunata che tutto sembrava tranne quella di un genio. Eppure Pagano lo descriveva come un vero e proprio mago. Lo ammetto: non lo apprezzavo. I suoi modi non erano champagne come quelli di Kid Poker. Le sue occhiate non erano cattive come quelle di Tony G. Non cantava al tavolo come Marcel Luske. E non faceva il cretino come Phil Laak.

Oggi, ovviamente, rido della mia dabbenaggine. Phil Ivey è il Pelé del Texas Hold'em, e io all'epoca non capivo veramente un tubo. Ebbene, oggi è un giorno speciale per il poker. Oggi è il giorno in cui l'uomo che più di tutti ha guadagnato tramite questo sport compie il proprio 38esimo compleanno. E allora perché non raccontare brevemente tutta la sua storia?

Un piccolo gambler

Phil Ivey
Stessa espressione, ma a 8 anni

Phil Dennis Ivey Jr. nasce il primo febbraio 1976 a Riverside, in California. Siamo in effetti abituati a dargli del californiano, ma in realtà nel Golden State il piccolo Phil rimarrà solamente tre mesi. Tale è in effetti la sua età quando la sua famiglia si trasferisce dall'altra parte dell'America, a Roselle, nel New Jersey. Roselle è un piccolo centro di 20.000 abitanti nella Contea di Union, un posto abbastanza anonimo, dove la gente passa la giornata a giocare a carte perché s'annoia mortalmente, e dove il più grande motivo di lustro è Abraham Clark, padre fondatore del 1700 che qui era nato. Nessuno può immaginare che presto Phil Ivey soppianterà Clark nella breve lista di personalità celebri di Roselle.

Il piccolo Phil cresce e immediatamente mostra di apprezzare in maniera inquietante il mondo del gioco e delle scommesse, che pigramente si muove attorno a lui. Il primo colpo di gong lo tira quando ancora non ha nemmeno 8 anni: la sua insegnante gli dà da svolgere il classico tema in cui ogni ragazzino deve dire cosa vorrà fare da grande. Phil Ivey glielo riconsegna con tutta la storia delle sue vincite milionarie, da adulto, in qualità di pokerista professionista.

La maestra chiama subito i genitori: "Vostro figlio ha scritto questo, vedete un po' che dovete fare". Il nonno di Phil, Leonard "Bud" Simmons, è un uomo molto interessante e non a caso il piccolo Ivey lo adora letteralmente. Oggi è conosciuto come il primo poliziotto di colore della storia di Roselle. Un giorno prende il suo nipotino sulle ginocchia e gli spiega le regole del Five Card Stud. Un po' perché il piccolo lo implorava tutti i giorni di insegnargliele. Ma soprattutto per metterlo in guardia dai rischi di una carriera come quella che Phil stava sognando.

Leonard Simmons
Il nonno di Phil Ivey

Si gioca con un penny come ante e il nonno, in effetti, non fa altro che barare, cercando così di far comprendere al nipote cosa sia realmente il mondo del gambling. Il risultato che ottiene è quello opposto: l'amore di Phil sboccia letteralmente e da quel momento in avanti il ragazzo non andrà mai più in giro senza un mazzo di carte nella tasca del giubbotto.

Tenta di giocare ovunque, ma non è facile trovare a dieci anni coetanei che abbiano la fissazione del poker. Phil, che intanto a scuola va piuttosto bene perché è tutto tranne che stupido, deve attendere di averne sedici per cominciare a fare sul serio. Fra i suoi amici ce n'è uno il cui papà ha la passione per le carte. Ha addirittura una scatola con i dadi e le fiches. Naturale che il piccolo Ivey passi più tempo in quella casa che nella propria.

Ogni tanto si organizzano partite di poker e il ragazzino spolpa regolarmente tutti i suoi amichetti. Lo spediscono a giocare con gli adulti, ma anche lì è un massacro. Phil non ha neppure diciott'anni e già è convinto di essere il più forte giocatore al mondo. Sogna i casinò della vicina Atlantic City, ma le leggi americane sono piuttosto rigorose in materia: se non hai 21 anni, un casinò non puoi guardarlo nemmeno da lontano.

Barare col destino

Phil Ivey
Non sembra molto contento
di essersi laureato...

Una volta, quando ero piccolo, giocai una partita a carte con mio padre, e dopo qualche mano lo beccai in flagrante a barare. Ma come? Gli altri papà perdevano giocando male apposta contro i figli, e il mio invece, pur di vincere, truccava la partita? Lo rimproverai, ma ciò che non sapevo è che mio padre aveva tutta una propria filosofia. Con estrema nonchalance mi rispose: "Scusa, ma se non cerchi di fregare la sorte allora che gusto c'è a giocare?".

Phil Ivey questa filosofia l'avrebbe condivisa senz'altro. E così le prime carte che Ivey trucca, non ancora diciottenne, non sono quelle da gioco, ma i propri documenti. Si fa stampare una falsa carta d'identità e il suo nome diventa Jerome Graham, 21enne rampante che si getta al Tropicana tra le fauci dei più agguerriti squali del mondo e non si schioda mai dal tavolo, tanto che attorno cominciano a chiamarlo "No home Jerome", chiedendosi se davvero abbia una casa oppure viva dentro al casinò.

Se fossimo in un film Disney, Phil spaccherebbe le gengive anche a loro. Ma questa è la realtà, e il 18enne venuto da Roselle diventa in breve uno dei più apprezzati fish di Atlantic City. Fatichiamo a immaginarci Phil Ivey nei panni di un somaro regala-soldi, quindi dobbiamo ricorrere alle parole di Daniel Negreanu per comprendere meglio come fosse possibile. "Giocava praticamente tutte le mani in modo maniacale e commetteva un sacco di errori. Era difficile essere un vincente in quel modo".

E in effetti Ivey perde parecchio, tanto che non ha più soldi per pagare le bollette e a volte è costretto a dormire per strada, come un barbone. Ma ha due fortune: la prima è che è giovane ed entusiasta, e non si perde d'animo. La seconda, ben più rara: ha due genitori che lo appoggiano, forse perché hanno intuito che qualcosa prima o poi accadrà.

Il mio nome è Ivey. Phil, Ivey.

Tropicana
Il Tropicana, in cui mosse i primi passi

Il primo febbraio del 1997 il ragazzo getta in una scatola la propria carta d'identità fasulla ed entra spavaldamente al casinò con i documenti veri. Mi chiamo Phil Ivey e per tre anni vi ho presi in giro. In quel lasso di tempo, effettivamente, Phil ha perso parecchio, ma quei soldi mollati ai reg del Tropicana non sono caduti nel pozzo. Sono stati invece spesi come una sorta di coaching, grazie al quale ora Phil Ivey è un giocatore che sa guadagnarsi il rispetto dei colleghi.

"Era completamente cambiato", dice ancora Negreanu. "I suoi occhi erano diventati impenetrabili, e se voleva era in grado di non dare alcun segno di vita. Riusciva a farti ghiacciare il sangue con una sola occhiata, tanto che in pochi avevano il coraggio di bluffare contro di lui!".

Bastano tre anni perché il mondo si accorga di chi sia realmente Phil Dennis Ivey Jr. È il 2000, quando vince nel Pot-Limit Omaha il suo primo braccialetto (condito da quasi $200.000). Gli anni delle bollette sono finiti, così come è finito il tempo di seminare: da lì in poi, infatti, Phil raccoglie e basta. E noi sappiamo che raccoglie più di tutti: oltre $20.000.000 se consideriamo soltanto le vincite pokeristiche nette, cifra approssimativa a cui dobbiamo però aggiungere tutto ciò che Phil ha vinto col gambling.

L'ultimo gambler

Perché lui, oggi, è uno degli ultimi veri gambler rimasti nel mondo del poker. È uno che non mangia carne o carboidrati per un mese pur di fare una scommessa. È uno che vorrebbe indossare gli occhialini a raggi x, ma non per guardare sotto le gonne delle ragazze come noi comuni mortali, quanto per scardinare i segreti del dorso di ogni carta da casinò. Muovendosi sottotraccia, come qualsiasi squalo che si rispetti.

Phil Ivey
Un campione ormai ricco e affermato

È uno che, a 37 anni suonati e nonostante abbia fabbricato letteralmente i milioni, non è ancora sazio. E ancora entra in un casinò di Londra per ricominciare quella partita di 30 anni fa, seduto sulle gambe di suo nonno, il quale goffamente tentava d'insegnargli che quella vita è tremenda, che un gambler vive e muore da solo mentre, intorno, tutti cercheranno di truccare le sue carte.

Quello che il nonno non poteva sapere, è che sulle sue ginocchia c'era un bambino in grado di truccare a sua volta le carte truccate. Di entrare in un casinò e di prendersi dodici milioni di dollari in un battito di ciglia. Barando, of course, e senza mai negare di averlo fatto, perché questa è la natura dello squalo, che la si apprezzi o meno.

E nessuno squalo rinuncia mai alla propria natura.

by n10juan