Editoriale - Non c'è niente da ridere
Dalle interviste medievali che sbeffeggiano il campione del mondo Jacobson, all'enormità di una vita umana salvata dal poker. Scopriamo in questo viaggio due mondi tanto paralleli quanto opposti.

Quando ho cominciato a imparare il poker, nei primi anni 2000, covavo quella sana supponenza del giovane ventenne che sa di star facendo una cosa disprezzata dall'etica e dalla morale, ma la fa ugualmente perché è convinto che in questo caso l'etica e la morale stiano prendendo solo un enorme granchio per pura ignoranza. Tanto che mi divertivo, alle volte, a gustarmi le facce di amici e parenti quando gettavo loro - fra il lusco e il brusco - frasi del tipo: "Oggi ho vinto €550 in un freeroll di poker".
"Già, ma quanto ci hai speso?", rispondevano i più dinamici con l'espressione di chi sta per riportare una pecora all'ovile. "Niente, freeroll significa che non paghi l'ingresso", mi affrettavo a replicare scrollando le spalle, quasi che in fondo non mi importasse nulla. Le loro facce, a quel punto, erano tutte un programma. Talvolta potevo distinguere, nei loro occhi, la violenta battaglia tra curiosità e dettame morale, mentre intorno era tutto un frullare d'ali di angioletti e diavoletti, disposti a tutti pur d'insufflare, nelle orecchie del malcapitato, dosi di desiderio o di buonsenso.
Ero certo che, nel giro di pochi anni, tutti avrebbero compreso che quel gioco fosse molto più che un semplice passatempo. E che potesse recitare un ruolo assai diverso dai giochi di pura alea come dadi e roulette. Eppure, nonostante tutto, a distanza di oltre un decennio dalla vittoria di Chris Moneymaker e dal conseguente fisiologico sdoganamento di questo sport, possiamo assistere quotidianamente a imbarazzanti atti d'ignoranza capaci di farmi intendere che non tutto sia andato come supponevo.
L'ultimo, esilarante in tutta la sua dabbenaggine, me l'ha fornito un'innocua trasmissione americana mandata in onda sulla CNBC, dove Scott Wapner prometteva d'intervistare Martin Jacobson, fresco vincitore del Main Event WSOP.
L'ambasciatore ridicolizzato

Da come l'intervista era stata presentata, poteva essere una buona occasione di riavvicinare un po' il poker e gli americani, che questo gioco l'hanno inventato salvo poi sorprendersi a odiarlo. Che giustamente sono stati estromessi dal podio delle World Series, e che da questo 27enne svedese potrebbero imparare tante cose.
Già, perché Martin Jacobson non è solo un eccezionale giocatore (a proposito: finalmente vince il ME un vero campione). È anche un ragazzo a posto, con la testa sulle spalle, con un bel sorriso gentile e gli occhi puliti, con modi educati e rispettosi, con un cervello pieno di ideali e di buonsenso. Uno che, mentre macinava 5 milioni di dollari grindando, non si montava la testa ma imparava il mestiere di cuoco, pur di tenersi aperta un'altra porta, laddove il poker gli avesse voltato le spalle.
È il migliore degli ambasciatori possibili per questo gioco, perché incarna alla perfezione l'identikit del giovane intelligente e intraprendente, che sa ciò che vuole ma è ben consapevole anche del fatto che non sempre la vita ti permette di prenderti tutto quello che desideri.
Luck is what happens when preparation meets opportunity. pic.twitter.com/H9r9F1yPAi
— Martin Jacobson (@Martin_Jacobson) 10 Novembre 2014
Non ha l'arroganza di Daniel Colman, né la spocchia di Ryan Riess. E non è perennemente accigliato come Greg Merson, né un mezzo somaro come Jamie Gold. È uno che ce l'ha fatta, ma che dimostra di conoscere bene tutte le paure della nuova generazione, in un momento così drammatico economicamente e lavorativamente.
C'è poco da ridere

Con tutte queste premesse, mi aspettavo qualcosa di più che 3 minuti scarsi d'intervista, durante i quali - oltretutto - il signor Wapner s'è divertito a sbeffeggiare il giovane campione del mondo ponendogli domande stupide e banali, sghignazzando con gli ospiti in studio anziché ascoltare le risposte di Jacobson, e trattandolo con un tangibile senso di superiorità, quasi avesse di fronte un bambino fortunello, fresco vincitore della tombola parrocchiale.
È, in piccolo, qualcosa che ho già visto molto tempo fa, quando il signor Giulio Golia delle Iene (quello che andava in giro a sputare in faccia alle persone chiedendo loro: "pppperché?") ha irretito Cristiano Guerra promettendogli un'intervista sulla sua giornata tipo e mandando invece in onda una feroce presa in giro dei regular del poker, trattati come nerd alienati a galleggio tra autismo e ludopatia.
Eppure, mentre queste persone si divertono a farsi beffe del mondo del poker beandosi dei propri reportage dall'approccio medievale, c'è un cuore nascosto che pulsa forte, quasi in silenzio, alle volte rifuggendo le luci dei riflettori. È il cuore di chi ha permesso, solo poche ore fa, di raccogliere a Londra oltre $300.000 nell'ambito di un Charity Event che ha coinvolto giocatori come Jake Cody e Bertrand Grospellier. Denaro, questo, che verrà subito spedito a 2.500 volontari che - in tutto il mondo - si occupano dell'educazione di oltre un milione di bambini.
È il cuore di chi ha salvato il 21enne Jimmy Clark da una malattia terribile, grazie al torneo "Poker with Jimmy", che ha raccolto $40.000 in poche ore, permettendo a questo ragazzo di guarire dal cancro dopo 3.500 ore di devastante chemioterapia.
Un mostro da affrontare

Nella stessa settimana in cui l'ASL di Mantova s'inventa una oscura trovata per affrontare le ludopatie mettendo sullo stesso piano roulette, poker, slot machine e gratta e vinci (e dimostrando quindi di brancolare nel buio sull'argomento), un ragazzo di nome Kevin Boudreau supera il dramma personale di un'emorragia cerebrale con ictus e, dopo mesi di coma, torna a fare ciò che più gli piace al mondo: giocare un torneo di poker. E la sua forza di spirito è tale che riesce addirittura a sfiorare la vittoria.
Eppure, nonostante ciò, questa gente riesce ancora a ridere in faccia a un giovane campione del mondo, mostrando a tutto il mondo che l'ignoranza umana può essere sconfinata almeno quanto, dell'essere umano, può essere sconfinata la bellezza.
Gogogo @KevinPhwap. What a sick showing in his first tourney since the AVM. So much toughness #PhwapPhwapPhwap
— Tom Dwan (@TomDwan) 17 Novembre 2014
Di certo c'è che il poker non si libererà mai di questo alone di gioco maledetto, nomea che si porta fin dai tempi del Far West. Ma ci sono due modi per porsi di fronte a un mostro. Il primo è ingigantirlo, temerlo, disegnarne un'aura leggendaria fino ad arrivare - per paura - perfino a deriderlo. L'altro è affrontarlo, impararlo, prenderlo per le corna e arrivare finalmente - un giorno - a comprenderlo. E magari a capire che non si trattava poi di un mostro così brutto.
Voi, nel vostro piccolo, avete già compreso quale strada sia giusto prendere.
by n10juan