Aggiornato il 28 Feb 26 da

Editoriale - Quando affiora il dubbio

Gus Hansen, Viktor Blom, Phil Galfond. Ovvero la faccia vincente del poker che scopre che si può anche cominciare a perdere. Cosa si nasconde dietro i loro grafici?

Prendete uno sport qualsiasi, per esempio l'automobilismo. Ora immaginate di essere un pilota molto bravo, ma così bravo da raggiungere i vertici della professione. Guadagnerete più soldi ed entrerete a far parte dei più forti del mondo, iniziando a competere in una superlega che annovera le scuderie e i piloti migliori. Quella superlega esiste, si chiama Formula Uno, e raramente chi ci arriva se ne pente.

Ferrari
Una delle poche situazioni in cui se fate i Domenicali perdete sempre

La Formula Uno del poker, il luogo dove s'affrontano i più forti giocatori del mondo per stabilire chi è il migliore, non è certo il Main Event WSOP, ma probabilmente il circuito degli highstakes. Pur legato a doppio filo alla sua dimensione virtuale, pur dipendente da un monitor con tutti i pro e i contro che questo comporta, il mondo degli highstakes è quello che per molti versi rispecchia con maggior precisione la cifra tecnica più alta che il poker possa offrire in questo momento.

Eppure, nonostante molti degli highstaker più gettonati siano pokeristi che hanno saputo raggiungere i vertici della propria professione, all'interno di quello strano mondo (poco) colorato sa serpeggiare anche il malumore. Il dubbio. Il pentimento. L'inestinguibile tarlo che qualcosa stia andando storto, che le pareti entro cui vivi non siano adatte alla tua vita. Che il mondo che ti sei costruito sia un'oscura matrice in grado di stritolarti da un momento all'altro.

Il diavolo che fugge dal vaso di Pandora

Phil Galfond
Phil Galfond

Lo si capisce quando, nel giro di pochi giorni, scopri che sia Phil Galfond che Viktor Blom, ovvero due punti fermissimi del poker odierno, cominciano a vacillare, raggiungendo nell'insieme dei potenzialmente pentiti lo zio Gus Hansen - su cui ormai i menestrelli cominciano a raccontare storie di redenzione - che probabilmente sarà ricordato come il più grosso perdente della storia di questo gioco.

Quando uno come Phil Galfond, che perdente non lo è affatto (ha guadagnato almeno 7 milioni solo online), decide di prendersi una pausa e lancia interrogativi allarmanti del tipo: "Non riesco a capire perché continuo a giocare gli highstakes", è naturale cominciare a farsi delle domande sul senso stesso del poker ai massimi livelli.

A rispondersi, in realtà, ci pensa lo stesso Phil: "Amo dimostrare a me stesso che sono in grado di farcela, che posso competere con chiunque. E vincere quelle somme ti dà un senso di potere che 20 buy-in conquistati al PL5000 non potranno mai darti". Eccolo, il senso di tutto questo, snocciolato da un giocatore che non solo è abile e skillato, ma ha anche una dote difficilmente reperibile in questi campioni. La lungimiranza.

Il campione guarda lontano

Galfond ha quotidianamente sotto gli occhi i propri grafici, e sa benissimo che qualcosa non funziona. Così come lo sa Gus Hansen e forse (ma qui si può anche dubitare, vista la fiabesca follia della supermente di Isildur1) ne è cosciente anche Viktor Blom. Noi limitiamoci ad analizzare superficialmente i loro guadagni, per capire meglio questo concetto.

Nei nostri conti, ovviamente, non includeremo la rakeback. Per due motivi: non sappiamo se ci siano accordi privati per singoli giocatori e, a ogni modo, la rake ha un cap massimo e perché abbia un impatto significativo bisogna massare davvero tanto, cosa non sempre possibile negli highstakes.

Galfond

I primi due grafici che vedremo (tratti dal sito highstakesdb.com) sono quello di Galfond e quello dello zio Gus. Non avrete difficoltà a distinguerli l'uno dall'altro. Phil Galfond è il tipico giocatore che ha compreso di non avere più un'edge su tutti gli altri. Vuoi perché dal 2009 a oggi il field s'è parecchio indurito, vuoi perché le motivazioni prima o poi calano, vuoi perché lui stesso ha dimenticato di aggiornare il client all'ultima versione...

Fatto sta che il vero guadagno della carriera online di Phil Galfond è compresso nel lasso di tempo che va da gennaio 2008 a giugno del 2009. Oltre quei diciotto mesi, in cui l'americano ha letteralmente stuprato la competizione, si può tranquillamente affermare che il suo poker non abbia prodotto risultati eclatanti. Anzi, è proprio in perdita.

Gus Hansen

A Gus Hansen, invece, l'hanno sempre fregato gli anni dispari. Di poco perdente nel 2007, sale al maggior guadagno in carriera nel 2008, con picchi di circa 2 milioni. Poi, a dicembre 2009, è sotto di 7 milioni. Il 2010 gli regala un braccialetto WSOP e l'illusione di poter recuperare, tanto che agli inizi del 2011 ha portato il passivo a 2.5M. Da lì in avanti sarà una catastrofe, con 15 milioni persi in meno di tre anni.

Farebbe mai i Gran Premi di Formula Uno, Fernando Alonso, se perdesse dei soldi per correre?

Il Di Caprio del poker

Viktor Blom non ha seguito un percorso convenzionale. Non ha postato miliardi di mani sui forum. Forse non ha pagato un coach. Viktor non si aggiorna. Non fa simulazioni con gli equity trainer. Non studia sui libri. E non usa i poker tracker. È un talento naturale in grado di contenere un gioco incredibilmente complesso come il poker nella propria immensa scatola cranica. Come fosse il Leonardo Di Caprio dei pokeristi: l'unico attore che non ha mai preso lezioni di recitazione, eppure è al livello dei più grandi.

Naturale che uno così possa far girare le scatole ai vicini. Daniel Cates, uno che approccia il poker in maniera del tutto differente, non l'ha nascosto affatto questa settimana, insultandolo a puntino sia in diretta ("Sei un sacco di letame"), sia in contumacia, nel rivelare a CardPlayer: "Viktor Blom non mi sta antipatico, semplicemente lo ritengo un degenerato". E pensate cosa avrebbe detto se gli fosse stato sulle balle.

Viktor Blom

Volete vedere il grafico di Blom? Eccolo. Uno swing da +6.5M (mai umano fece cosa simile) fra ottobre e novembre 2009. Poi, il mese successivo, una perdita per 8 milioni. E via così. Tanto che più che un grafico sembra l'elettrocardiogramma dell'inquilino dell'ultimo piano durante un terremoto. Viktor Blom è e resterà sempre uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, certamente il più grosso regalo che, in termini di spettacolo, ci ha fatto il poker nell'ultimo quinquennio. Ma (tralasciando le voci che lo danno in bancarotta) è davvero un modello accettabile un pokerista del genere?

Diciamoci la verità

Artem Udachyn
Artem Udachyn. Atleta improponibile,
ma ha vinto un sacco di medaglie

S'è discusso molto sul fatto che il poker possa essere considerato o meno uno sport. C'è chi dice che non lo sia perché manca della componente atletica, ma questo a mio avviso è un punto di vista sbagliato perché sono tantissimi gli sport (tiro con l'arco, biliardo, piattello) in cui i più grandi campioni sono dei panzoni a cui non dareste una lira se non per far loro l'elemosina in palestra.

La vera differenza fra il poker e lo sport, invece, è nella sua componente più intima, ovvero negli obiettivi dello stesso. Ogni sport ha una curva di apprendimento lineare, che linearmente s'accoppia con i successi (e con i guadagni) di un mondo in cui raggiungere i livelli più alti significa sempre migliorare. Nel poker questo non è affatto vero.

Nel poker ci saranno sempre squali e pesciolini, e il motore di questo gioco sarà sempre il principio secondo cui il pesce grande mangia il pesce piccolo. Prendere o lasciare. Cosa accadrebbe, invece, se metteste in una vasca cento squali, senza fornir loro alcun tipo di nutrimento? Sul lungo periodo i più deboli di loro verrebbero certamente fatti a pezzi, ma alla fine si rimarrebbe in una situazione di sostanziale stallo, con cinquanta squali egualmente abili, incapaci di avere la meglio sugli avversari e fatalmente schiavi della varianza. Una situazione che li penalizzerebbe tutti.

Jurassic Poker

Niklas Heinecker
ragen ha vinto oltre 6M
nell'arco del 2013

Per questo esistono due tipi di giocatori. Ci sono quelli che hanno una chiara edge sugli altri (Niklas Heinecker, Kyle Hendon, Ben Tollerene), perché evidentemente hanno studiato bene e sanno come e soprattutto quanto tempo giocare. Questi giocatori interpretano il poker nel modo più puro, secondo i dettami del mitico Sklansky: un gioco il cui obiettivo è guadagnare soldi.

Poi ci sono quelli che invece giocano per la gloria. Per dimostrare al mondo di essere i migliori. Per ottenere il brivido di strafogarsi col midollo della vita, rischiando ogni secondo di strozzarsi con l'osso. Sono ugualmente rispettabili, ma - pur con rakeback, sponsorizzazioni e proventi da altre fonti - difficilmente potranno fare questa vita a lungo. Sebbene incarnino lo spirito più divertente e spettacolare di questo splendido gioco (e ringrazio che esistano) sono dunque per gran parte destinati all'estinzione.

Infine c'è un terzo tipo di giocatore. Il dinosauro. Quello che un giorno aveva edge e di colpo ha compreso che ora non l'ha più. Gus Hansen rientra quasi in questo novero, essendo un dinosauro che ancora non ha capito di esserlo. Quando lo farà, il più felice di tutti sarà il suo direttore di banca.

dinosauro
"I Raise!"

Il terzo tipo di giocatore è invece uno come Phil Ivey, in grado di vincere quasi 20 milioni in una lineare cavalcata di quattro anni fra il 2007 e il 2011. E poi capace, una volta cominciato ad assaporare il vago gusto della sconfitta (circa 3M persi nel 2013) di fermarsi. Chiudere tutto e magari ogni tanto ripresentarsi per giocare qualche mano, così, per puro divertimento.

Un percorso che probabilmente farà anche Phil Galfond e che non è affatto semplice da digerire, perché vuol dire privarsi del brivido di dimostrare a tutto il mondo che nessuno è al tuo livello, ma che è l'unico percorso possibile per evitare che il poker ti stritoli le ossa e ti lasci a mendicare un passato che - è inutile sbatterci la testa - non è più plausibile nel tuo futuro. Ivey ha risolto svaligiando i casinò e sparando scommesse assurde. Galfond, che è molto più posato, cosa s'inventerà?

by n10juan