Aggiornato il 28 Feb 26 da

Editoriale - Quelli che dicono "Ah sì?"

Da un monaco Zen del diciassettesimo secolo fino a due assi foldati controvoglia. Cosa lega queste due cose apparentemente distanti? E perché ha a che fare con la più grande skill di un pokerista?

Hakuin
Un autoritratto di Hakuin

Il maestro Zen giapponese Hakuin Ekaku è oggi ricordato per la purezza del suo animo e per la sua infinita saggezza. Di lui, fra le tante leggende, si racconta una storia che ho sempre reputato molto poetica. So che non è certo la sede in cui vi aspettereste di leggere una cosa del genere, ma vi chiedo questo piccolo favore: non cliccate sulla "x" di Firefox e andate avanti ancora per qualche riga.

Si racconta che, poco distante dal maestro Hakuin, abitasse una bella ragazza, i cui genitori avevano un negozio di frutta. Un giorno i genitori scoprirono che era rimasta incinta. Anche nel Giappone del XVII secolo questo voleva dire la sventura e il disonore su un'intera famiglia, dunque è facile capire per quale motivo la cosa gettò i poveri genitori nella rabbia e nello sconforto. La ragazza all'inizio non sembrava intenzionata a confessare chi fosse il padre, ma poi crollò e disse che era stato Hakuin. I genitori, sdegnati, andarono dal maestro e lo fronteggiarono urlando.

"Ah sì?", fu tutto ciò che il monaco rispose.

Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin, che ormai più che un maestro Zen era considerato qualcosa meno che un buonannulla. Senza dire niente, il monaco si prese cura del bambino con amore e zelo. Dopo un paio d'anni, però, accadde che la ragazza non poté più nascondere la propria menzogna. Si presentò ai propri genitori e raccontò loro la verità, e cioè che il vero padre del bimbo non era il monaco, bensì un giovane pescivendolo troppo vigliacco per riconoscere il proprio figlio.

La madre e il padre della ragazza si fiondarono quindi da Hakuin per chiedergli perdono: gli raccontarono tutta la storia e chiesero di poter riavere indietro il bambino. E tutto quello che il monaco disse, mentre restituiva loro il bimbo, fu:

"Ah sì?".

Due chiavi di lettura

Quando m'imbattei in questa storia per la prima volta potevo avere forse quindici anni. Immaginavo il monaco Zen come un vecchio rincretinito, forse troppo stanco per rendersi conto di essere stato arrotato sulle strisce pedonali senza nemmeno protestare, oppure troppo farcito di quell'assurda propensione tutta buddhista ad accaparrarsi le peggiori mazzate sugli zigomi senza dire e fare un accidente. Come storia, tutto sommato, mi piacque.

Continuò a piacermi quando la ritrovai, per caso, pochi mesi fa. Cresciuto, e forse anche un po' disilluso da quasi 20 anni di vita supplementare, mi sorpresi a vedere il maestro Hakuin sotto una nuova luce. Ciò che mi colpiva di quell'uomo era soprattutto la capacità di rinunciare. Siamo onesti: chiunque di noi si sarebbe ribellato a quella palese ingiustizia. Lo avremmo fatto tutti in modo diverso: qualcuno avrebbe implorato credibilità; qualcun altro avrebbe affrontato quei pazzi e la loro maledettissima gravida figliola a muso duro; forse qualcuno di noi avrebbe perfino telefonato al proprio avvocato. Lo avremmo fatto tutti in modo diverso, ma lo avremmo fatto tutti.

Edward Norton
Lui avrebbe scelto di risolverla autopicchiandosi

Hakuin Ekaku non lo aveva fatto. E lì per lì, di sicuro, un vincente non è stato. Ma poi? Poi, all'atto pratico, cosa è accaduto? Nei successivi due anni il buon maestro Zen aveva potuto fare la straordinaria esperienza della paternità (che non credo fosse comune a molti monaci), salvo poi riappropriarsi della propria buona nomea con gli interessi, una volta venuta fuori la verità. Nettamente sopra EV.

Chiudendo il libro mi venne in mente il poker.

Il poker? E che c'entra?

Tom McEvoy
Tom McEvoy

Lo so, probabilmente vi state chiedendo: ma dove cavolo vuole arrivare? Lo spiego subito, a scanso di pomodori marci. La vita, fondamentalmente, non è altro che un continuo affrontare gli ostacoli, uno dietro l'altro (alle volte anche contemporaneamente). Eppure più passa il tempo e più ti rendi conto che non tutti gli ostacoli vanno abbattuti, se non vuoi rischiare - prima o poi - di rompertici le corna. Alcuni, infatti, è meglio semplicemente evitarli.

Scansarli, schivarli fischiettando. Senza rimpianti. Senza pensare ai "se". Senza cali d'autostima. E dato che il mitico Tom McEvoy diceva "There is more to poker than life", davvero non è difficile fare il paragone. Il poker, nella sua insospettabile giustizia, vi dà una chance che quasi nessun gioco vi fornirà mai. Quella di rinunciare. Quando giocate, lo fate sapendo che dietro di voi c'è sempre una sottile porta segreta. Nascosta, come se la conosceste voi soltanto, quella porta s'aprirà di scatto alle vostre spalle e vi darà la possibilità di fuggire via, evitando il massacro.

Ho raccontato tante storie di vittorie e di vincenti, fino a ora. Oggi, quella che vi racconto, è la storia di chi rinuncia. Di chi sa foldare una mano potenzialmente vincente. Senza rimpianti. Con saggezza. Per essere pronto - dalla mano successiva - a ripartire con rinnovato ardore.

AA
Bellissime...

Quante volte, durante le nostre partite, ci siamo trovati di fronte a mani del genere? Quante volte abbiamo coccolato per un attimo la scelta giusta, quella di buttare via quei maledettissimi due assi trasformatisi, di colpo, in una trappola potenzialmente mortale? E quante volte non ne siamo stati in grado, fiaccati dall'incapacità di immaginarci perdenti con la migliore starting hand possibile, frustrati dall'idea di rivederla ancora chissà quando, di averla persa senz'averla potuta sfruttare.

Una mossa da campioni veri

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Divorati da un fuoco inestinguibile

Foldare non è semplice. È il gesto più difficile di tutto il poker. Non intendo foldare preflop una mano scrausa, sia chiaro: quello sono capaci di farlo anche le scimmie. È foldare una mano che sembra vincente, quello che pochi riescono a fare, siano essi neofiti o campioni. Perché l'uomo non è stato concepito per rinunciare. Dentro di noi ribolle un fuoco senza pace, un fuoco che non siamo in grado di spegnere da bambini, così come da vecchi. È il fuoco dell'impazienza. Tutto il mondo si basa su quel fuoco. Perfino l'economia vive d'impazienza: così si spiegano, ad esempio, gli interessi sui prestiti.

Diventare campioni di questo gioco significa saper controllare quel fuoco. Significa imparare che, come diceva il saggio re Salomone, "C'è un tempo per serbare e un tempo per buttare via". Aldilà di tutto ciò che dovrete imparare per diventare dei grandi giocatori - e sono convinto che alcuni di voi ci riusciranno - questa è una lezione imprescindibile, nel poker e nella vita.

Vi capiterà ancora tante volte di sapere che la frase giusta da dire, in una determinata situazione, è il silenzio. E quasi sempre non sarete in grado di tacere. Allo stesso modo, vi troverete spesso di fronte a spot che - a freddo - sapreste di dover foldare, ma ci vorrà tutta la vostra forza mentale, tutta l'esperienza e tutta la motivazione di cui disponete per riuscire a farlo. Il poker, questa chance, comunque ve la dà. In cambio chiede solo indietro un po' del suo feroce cinismo. Imponendovi di non poter sapere come sarebbe andata a finire se...

Diego Abatantuono
"Regalo di Natale". Vorrebbe e dovrebbe foldare. Non lo farà...

Ma questo importa poco, perché c'è un tempo per attaccare e un tempo per decidere di ritirarsi. Il tasto fold è lì, rassicurante nella sua categorica promessa di rinuncia. Anche quando usarlo significa aver perso parte del proprio stack. La mano successiva, in fondo, arriva sempre. Pronta a mostrarvi, dietro l'angolo, la possibilità di fare double up. Oppure di dover foldare ancora due carte in cui credevate a occhi chiusi. Dover foldare, magari agitandovi di fronte allo schermo, per poi tirare un sospirone e sussurrare:

"Ah sì?".

by n10juan