Editoriale - The Mouth. La faccia naif del poker
Fra i tanti personaggi vincenti dell'Hold'em, ce n'è uno che non cambierà proprio mai. È competitivo, appassionato, rabbioso. E dice un sacco di parolacce. Ma ha il cuore di un bambinone. Ecco la storia di Mike Matusow, il bad guy del Rio.
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| Una scena piuttosto comune |
Quando Mike Matusow salta, s'indigna, urla... quando batte sul tavolo quella mano gigante, che più che una mano assomiglia a una fiorentina poco cotta... e quando s'impenna, sbraita, fa il pagliaccio e lo spaccone, quando dice a tutti: "Oggi avete perso, oggi non ce n'è per nessuno, oggi sono il re", nessuno - ma proprio nessuno - s'indigna.
Questo numero di magia va in scena regolarmente ogni anno su tutti i tavoli di poker più frequentati. L'ultimo è quello del Rio: si stanno giocando le World Series 2014 e Mike vince un piattone esagerato. Prima che esca l'ultima carta, con la sua solita spacconeria, urla a tutti: "Se becco questo pot giocherete per il secondo posto, stasera. Lo sapete, vero?". Dopodiché aggiunge: "Me lo merito, dai!". E ovviamente lo fa gridando. E ovviamente il "dai" è una nostra aggiunta eufemistica, perché la sua espressione è molto più colorita.
Il piatto, Mike, lo vince, e quando - mentre lui sta saltellando come un canguro per tutta la Amazon Room - un floorman molto zelante gli infligge un giro di penalità definendo il suo comportamento "scandaloso", ti aspetti che tutto il casinò s'alzi in piedi e applauda il floorman bofonchiando frasi del tipo: "Era ora, non se ne poteva più".
Il prodigio d'un mago
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| È opera tua, piccolo rompiscatole? |
Invece accade l'esatto opposto. I giocatori s'indignano. Protestano, perfino. Compreso quello che ha perso il megapot contro The Mouth. Owais Ahmed, Joe Tehan, Thomas Keller e tanti altri twittano tutto il loro disappunto per la penalità comminata al rude e chiassoso avversario. È forse, questa, magia? Il portento d'un Harry Potter in erba ("Ma erba de quella bbona, quella che tte fa vvolà", diceva Corrado Guzzanti)? Un esperimento d'ipnosi collettiva?
Mike Matusow è l'avversario che non vorresti mai avere al tuo fianco durante una partita importante. Non tanto perché sia forte (anche se forte lo è, eccome). Ma soprattutto perché parla. Tanto, tantissimo. È così logorroico che, in quel fiume di parole e parolacce, insulti e risate, battutacce e scongiuri, anatemi e complimenti, errori e pensieri e trovate e istinti e inganni... i giocatori meno esperti rischiano seriamente di affogare.
Ma, nonostante ciò, averlo al tavolo è un onore per tutti. E non è piaggeria, o peggio un sadico amore per il ridicolo: è semplicemente il tacito e onesto tributo a una delle facce più conosciute e amate del poker moderno. È il rispetto nei confronti di un personaggio che, con le sue spigolosità e con i suoi difetti, ha dato al poker tutta la propria vita. E molti giovani giocatori lo riveriscono per questo.
Uguale fin da piccolo
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| Ehi, tipo, smamma o ti gonfio |
Mike nasce il 30 aprile del 1968, nella caotica Los Angeles, in California. I suoi genitori, che gestiscono un negozio di mobili, capiscono subito che il proprio figlio ha una propensione innata a mettersi nei guai. In effetti il piccolo Mike è competitivo fino alla morte. Lo è così tanto da detestare che qualcuno gli dica cosa fare. Compresi i bulli del quartiere, ai quali risponde sempre a tono e senza mai arretrare di un millimetro, finendo spesso per prendere un sacco di botte.
Per sfogare la sua rabbia e la sua competitività, Mike si dedica a un'impressionante serie di attività sportive. Spara al poligono, costruisce auto da corsa, nel bowling diventa così forte che riesce a fare anche 300, cioè il punteggio massimo: 12 stike di fila. Conoscendo il personaggio, amo immaginare il momento in cui - per la prima volta - il giovane Matusow termina la partita con un 300 bello pieno.
Lo immagino facilmente, perché è ciò che accade a tutti noi: prima l'immensa gioia di aver superato un grande traguardo, poi quella tipica sensazione d'intorpidimento. La gioia si raffredda a poco a poco, i complimenti di avversari e spettatori sembrano voci sempre più flebili e lontane. E alla fine è come essere ingoiati da un enorme e buio vuoto. Un vuoto dal quale abbiamo compreso di poter uscire in un solo modo: cercando in fretta un nuovo traguardo da superare.
Mike Matusow, quel traguardo, lo trova nel poker. E sboccia così il più grande amore della sua vita. A dire il vero il suo approccio pokeristico non è dei più convenzionali: a 18 anni comincia scoprendo i videopoker del Maxim Casino. La sua indole combattiva si riversa brutalmente su quelle macchine infernali, costringendolo a rubare ingenti quantità di denaro dalla borsetta della madre, e addirittura a finire in ospedale per le lesioni muscolari provocate a spalle e braccia da 16 ore di compulsivo clicking quotidiano.
L'incontro con l'Hold'em
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| Il primo grande avversario alle WSOP |
Ormai assiduo frequentatore dei Gamblers Anonimi, a 21 anni conosce il rounder Steve Samaroff, che ne legge le potenzialità e lo porta con sé nel mondo del Texas Hold'em. Mike, che è un po' pazzo ma tutt'altro che stupido, capisce che se vuole eccellere in quel mondo così complesso deve prima studiarlo a fondo. All'epoca non esiste la smisurata varietà di libri di teoria che oggi si possono trovare ovunque, e dunque l'unico modo è frequentare attivamente i tavoli.
Per questo motivo, si fa assumere come mazziere fra l'esercito di dealer che affollano la città di Las Vegas. Con una piccola ma determinante differenza: gli altri dealer distribuiscono le carte cercando di non commettere errori; lui, invece, lo fa cercando di studiare gli errori dei giocatori al tavolo. E lo fa così bene che, quando finalmente si sente pronto e partecipa ai suoi primi (piccoli) tornei, li vince tutti uno dopo l'altro.
Nel 1997 decide che è il momento di fare sul serio e s'iscrive al proprio primo torneo WSOP: un Omaha 8-or-better. Mike è la rivelazione di quel torneo, che non arriva a vincere solo perché nell'HU finale si scontra con un volpone del calibro di Scotty Nguyen. Fra i due nascerà un'amicizia, tanto che l'anno seguente Matusow guadagnerà $333.333 dopo aver pagato a Nguyen un terzo del fee per il satellite che portò il vecchio Scotty a vincere il Main Event.
Un finale troppo noto
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| Non sono scommesse da fare... |
Il resto della storia di Mike Matusow è noto a tutti: la dipendenza dalle droghe, la scommessa (persa) di $2M con Ted Forrest sulla perdita di peso, la condanna a sei mesi nel carcere di Clark County, il suo ritorno in grandissimo stile, vincendo oltre 2 milioni quello stesso anno (il 2004). A 45 anni suonati, The Mouth ha vinto 4 braccialetti, e la sua versatilità è evidente dato che si tratta di quattro varianti diverse: No-Limit Hold'em (1999), Omaha Hi/Low (2002), No-Limit Deuce to Seven Draw (2008), Seven Card Stud Hi/Low (2013).
Ma ciò che lo ha reso celebre sono i cosiddetti "meltdown", ovvero le sbroccate totali - suo marchio di fabbrica - che in una sola mano annullano con una follia il gioco perfetto di ore. È il tributo di questo giocatore straordinario a una delle sfaccettature più pittoresche di questo grande gioco: basta un attimo, un solo attimo davvero, e si può perdere tutto.
Perché nel poker, come nella vita, non si è mai certi di nulla. Il confine fra la polvere e l'altare è talmente sottile che solo a distrarsi un momento si rischia di bruciare ogni cosa. È questo uno dei lati più sadici e al contempo meravigliosi che lo hanno reso uno dei giochi più amati al mondo. E Mike Matusow, che la sua vita l'ha sempre bevuta tutta d'un fiato, senza troppo badare alle previsioni, ha sinceramente il diritto di saltare in aria dopo aver vinto un megapot.
È uno che ha vissuto sempre dentro a un mazzo di carte. È uno che al tavolo ha pianto, in mondovisione, senza tanto curarsi di avere una telecamera puntata alla testa. È uno che i sentimenti non sa proprio tenerseli dentro, e questo è ciò che apprezziamo dei bambini: dice quel che pensa, pensa quel che dice. E paga di persona. Pur con tutti i suoi difetti, non può non piacere uno così.
I giocatori che amano il poker, tutto questo, lo sanno. Forse è arrivato il momento di spiegarlo anche ai floormen...
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