Editoriale - Tight Club
Siamo giocatori di poker o missionari col compito di redimere i fish? Ha senso andare in tv a convincere chi ci dà i soldi a non darceli? Traxxer questa settimana è pieno di domande...
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Benvenuti nel Tight Club.
No, no, fermi cari signori “Io so’ loose, io so’ aggressive”: non andate via, tanto siete tight pure voi, solo che non lo sapete. Volete la prova? Semplice: voi giocate una mano su quattro mentre quel broccolo seduto sul CO folda solo 72o se gli passa il gatto nero davanti.
Perché la verità è quella e la favoletta del giocatore spregiudicato possiamo raccontarcela solo nel forum. Siamo tight perché essere tight paga. Siamo tight perché sappiamo che il poker è questione di matematica o strategia, mentre il tizio sullo small blind che sta per pushare 63s pensa che sia una questione di coraggio e il big blind che chiamerà ATC pensa che sia tutta fortuna.
E’ quella la differenza.
Questo editoriale è un molare da tirar via. E’ la prova che bisogna affrontare se si vuole scrivere di poker. E’ il tema più banale del mondo, di quelli che fanno sbadigliare anche i pokeromani incalliti.
Vogliamo distruggere i luoghi comuni sul poker?
La risposta sembrerebbe scontata, visto che questa è una Poker School: ma certo che sì, siamo qui apposta! Spendiamo ore a fare i buchi in testa ai limpatori di assi per fargli capire che non conviene!
Touchè. Ma è pochino, non credete? Io approfondirei il discorso partendo da un’altra domanda.
Chi ci dà i soldi?
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| Un gruppo di regular evangelizzatori |
A questo mondo nessuno fa niente per niente, eppure io ho fatto molto in cambio di niente, perché quando ho cominciato a giocare tiltavo come un caimano.
Attenzione, non parliamo di black-out: io aprivo la chat e sparavo insulti difficilmente concepibili da una mente umana. Non posso neanche accennarli, erano da codice penale (e se dico da codice penale, intendo da codice penale). Alcuni rispondevano, altri no, ma quelli che mi facevano più rabbia erano quelli che sostenevano di “aver giocato bene”.
Un giorno, in un piatto 3bettato, al turn un tizio chiamò il mio push in overbet con un flushdraw, per giunta basso, e sostenne di “aver giocato bene”. Io attaccai un monologo sul fatto che, in quel modo, perdeva soldi matematicamente, parlando di outs e odds, sciorinando tutte le mie competenze teoriche, finchè una voce non risuonò potente da cutoff...
“La vuoi finire di insegnare ai fish? Zitto e gioca”.
Era uno dei pochi regular decenti del livello: mi fulminò e chiusi la sessione, sentendomi due volte cretino. Per gli insulti e per le spiegazioni.
Ci sono pesci e pesci
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Noi giocatori di poker siamo parziali e lapidari: vediamo un tizio al tavolo che entra e rilancia quattro mani su cinque e scatta il seguente processo mentale:
"Rilancia l’80%" quindi "E’ un maniac" quindi "E’ un frustrato" quindi "Non sa giocare" quindi "E’ un bancomat".
Magari il tizio ha visto quattro monster di fila ed è più prudente di Frate Indovino, ma l’idea non ci sfiora nemmeno. Eppure, ragionando, bisogna distinguere tra fish e fish, individuandone almeno tre categorie:
Gli occasionali: giocano il sittino la sera, per hobby. Spesso giocano chiuso perché quello è il loro divertimento e vogliono farselo durare. A una certa ora staccano e li rivedi il giorno dopo, sempre a puntare poco, qualche volta a vincere. Non gli spilli una lira manco morto.
Gli esaltati: le categorie di cui sopra. Pensano di essere geni e sono convinti che il poker sia questione di attributi o casualità. I primi sono maniac e bluffano fino alla morte, i secondi sono calling station e vedono tutto sperando di pescare. Ci fai una barca di soldi.
Gli inesperti: sono quelli con statistiche non buone, ma neanche inumane. Vedono qualche piatto di troppo, 3bettano poco, sbagliano le size. Hanno tanti leaks, ma anche voglia di migliorare e l’umiltà necessaria a non sentirsi Poker Pro. Ci fai qualche soldo.
L’arma a doppio taglio
Certo, se il poker “uscisse dal guscio” definitivamente e si diffondesse l’idea che è uno “skill game” e basta invece di uno “skill game però la fortuna...” ci sarebbero conseguenze positive: il mercato crescerebbe, girerebbero più soldi, ci sarebbero più tornei e bla bla bla.
Ma i fish?
Parliamoci chiaro: dare un’idea oggettiva del poker significa dire “Cari amici, qui conta l’abilità: la fortuna sul lungo periodo non influisce, il coraggio tenetelo per quando dovrete pagare le tasse. Non ci sono soldi facili, chi vuole farcela deve studiare”.
Ipotizziamo un mondo dove questi concetti sono chiari a tutti, un po’ come il concetto che la lotteria è un gioco di fortuna e gli scacchi un gioco di bravura. Cosa succederebbe ai tre pesciolini che abbiamo nominato?
Gli occasionali continuerebbero a giocare, tanto per loro è un hobby. Ma ci danno pochi soldi.
Gli inesperti queste cose le sanno già, ma non hanno uno stile di gioco ben formato. E non so voi, ma io persone del genere preferisco averle nella community piuttosto che ai tavoli. Meglio una persona intelligente e umile con cui confrontarsi per crescere ed aiutarsi a vicenda, vale molti più soldi di uno a cui se vai bene prendi uno stack in duemila mani.
E gli esaltati? Ah, presto detto. Le calling station, deprivate della loro idea che “se lego vinco”, non avrebbero più un motivo valido per sedersi ai tavoli e, da passivi quali sono, rinuncerebbero. I maniac farebbero un po’ di resistenza, poi cercherebbero un altro modo per provare al mondo che sono coraggiosi, magari facendo bungee jumping dal Kilimangiaro legati per i gioielli di famiglia.
E chi resterebbe ai tavoli? Gli altri regular? No, grazie.
A lavar la testa all’asino...
Il senso del pezzo è il seguente: io per primo, quando parlo di poker, lo descrivo come un gioco di abilità, ma attenzione alla mania dell’evangelizzazione. Non tocca a noi far capire a chi è stupido e arrogante che sta buttando i propri soldi.
PokerStrategy.com, e qui parlo a titolo personale ma senza timore di smentita, si rivolge a chi ha voglia di imparare. Ai giocatori umili, che vogliono migliorare. A chi non sa giocare e vuole avvicinarsi al poker. A chi magari sogna soldi facili, ma non si arrende quando vede che c’è da lavorare.
I presuntuosi, gli arroganti, i “so-tutto-io” non durano nel Tight Club. La community è aperta anche a loro e sono accolti bene, ma quando vedono che non basta fare gli sbruffoni per essere considerati Negreanu, spariscono da soli, magari pensando “Ma sti asini”.
Ecco, è questa la gente a cui non voglio fare cambiare idea. Difendiamo il gioco che amiamo e facciamolo con passione, ma non facciamoci del male. A me piace De Andrè, ma se vado in un covo di truzzi non parlo di lui: rischio di essere preso in giro oppure, peggiò ancora, che il Gabry Ponte provi a remixare Geordie in versione techno.
E no, non mi piace chi va in tv a spiegare che la fortuna non c’entra nulla, rischiando di danneggiare gli altri giocatori. Solo perché ormai crushano anche i regular forti se ne escono con affermazioni che, le avesse dette qualcuno mentre erano loro ad imparare, sarebbero partite le maledizioni.
Avete già dimenticato quando i regtard eravate voi, signori?
La prima regola delle pot odds è non parlare delle pot odds.



