Aggiornato il 28 Feb 26 da

Editoriale - Un attizzatoio rovente

Cosa lega il fuoco appassionato del caminetto di un saloon e l'acqua gelida del fiume Mississippi? Cerchiamo di spiegarlo in un romantico viaggio attraverso le pieghe meno conosciute della straordinaria epopea del poker.

Avventuriero
Vogliamo immaginarlo così?

C'era un vecchio avventuriero inglese, tale George Cowell, che aveva due grandi passioni. La prima era viaggiare. E dato che il buon Cowell era nato nel 1800, non c'era molto da interrogarsi su quale fosse il viaggio più stimolante possibile per un inglese di quell'epoca. Fu questa la ragione per cui George, un bel giorno, decise di attraversare l'Oceano Atlantico e approdare in America, un continente nuovo, ricco di fascino, di avventure e di occasioni pronte per essere acchiappate al volo. Un mondo che stava nascendo, o - meglio - rinascendo, dopo che i conquistadores avevano terminato di distruggere quello che c'era già.

Così George Cowell, una volta giunto nello smisurato continente americano, dovette cercare subito un modo per poterlo visitare più velocemente possibile. E considerato che all'epoca non c'erano aerei e i treni erano ancora una scommessa tutta da verificare, l'unico modo per poter viaggiare attraverso l'America era il caro vecchio vaporetto. A Cowell non restava che scegliere un fiume abbastanza grande da permettergli di perlustrare il territorio nel modo più profondo possibile. Scelse il Mississippi, il lunghissimo corso d'acqua che attraversa verticalmente dieci diversi stati confederati.

La seconda passione di Cowell era osservare. L'avventuriero si rese presto conto che l'America era un mondo nuovo in tutti i sensi, compresa la noia. I paesaggi si susseguivano, sempre uguali, e non dev'essere stato piacevole per un uomo come lui dover trascorrere mesi interi tra paludi, deserti e campi di cotone, senza poter vedere monumenti, opere d'arte o città che trasudano storia da ogni muro.

Una storia di copiature

Mississippi River
Il sinuoso fiume Mississippi

Presto George Cowell dovette pentirsi di essere finito in America, ma fu proprio allora che il suo entusiasmo venne rinvigorito di colpo, come fosse un fuoco mosso dall'attizzatoio. Metafora più che attinente, visto che il gioco che l'aveva appassionato così tanto si chiamava proprio in questo ridicolo modo: "attizzatoio".

"Poker", in inglese, ma d'inglese doveva avere poco o nulla perché chi l'aveva importato nella Louisiana Francese, e poi da lì viralmente sui battelli che ne solcavano i fiumi, lo chiamava "poque". Un termine francese, che deriva dal verbo "pocher" (pronunciato: poscé), e che significa "ingannare".

Ma anche questo è un inganno, perché gli stessi francesi non avevano fatto altro che copiarlo dal gioco tedesco del '700 "pochen", che nella lingua teutonica ha lo stesso significato. E che, a sua volta, in un grottesco gioco di scopiazzature, era stato preso da un passatempo italiano chiamato "zarro", parola che oggi non a caso significa tamarro e losco figuro, dato che già allora chi giocava a poker - in quanto ingannatore di professione - non era poi così ben visto dalla comunità.

Zarro
Nel suo dipinto "I bari", Caravaggio descriveva proprio il gioco dello zarro

Cowell nel 1829 appuntò su un taccuino le primitive regole del poker. Si giocava in quattro, con un mazzo da 20 carte (dal 10 all'asso) che venivano distribuite cinque a testa. Non rimaneva nulla, nel mazzo, semplicemente perché nessuno cambiava le proprie carte, e la fortuna - ovviamente - la faceva abbastanza da padrona.

Ma Cowell non era un fesso, e intuì subito le potenzialità di quello strano gioco che aveva silenziosamente attraversato secoli e continenti (le regole dello zarro erano più o meno le stesse). Tanto che 29 anni dopo, proprio grazie agli appunti di Cowell, nasceva il primo Regolamento Ufficiale. I giocatori, ancora, non potevano cambiare le proprie carte, ma erano state definite puntate, limiti di rilancio e una prima terminologia spicciola che evitasse di sentir dire frasi come: "Io ne ho due uguali, tu quante?".

Parole dalle mille radici

Verbluffen
Verbluffen!

Proprio quella nomenclatura che noi diamo quasi per scontata è in realtà il frutto di un albero secolare che affonda le radici in un'incredibile varietà di lingue diverse. Flush, per esempio, termine con cui oggi anche in Italia definiamo il colore, deriva addirittura dal latino fluxus (flusso continuo), e chissà che non sia stato qualche arguto prete appassionato di poker a chiamarlo in questo modo per la prima volta.

Oppure, ancora, la parola bluff, che nell'inglese ha assunto il significato di inganno, riceve i natali da un aggettivo olandese, "verbluffen", che significa stupefatto, e che allude probabilmente alla faccia dei giocatori che - dopo aver foldato la mano - si scoprivano raggirati dal bluffatore di turno.

A partire dal primitivo poker del 1830, per arrivare a quello incredibilmente profondo dei giorni nostri, sono in realtà tantissime le parole strane di cui non ci siamo mai chiesti la provenienza. Alcune sembrano ovvie, per esempio pare abbastanza naturale che l'improvvisa calata di tre carte sul tavolo sia chiamata flop (tonfo).

Altre sono meno comprensibili, ma pur sempre ipotizzabili: è il caso di turn (svolta), che rappresenta certamente una svolta importante nel gioco, o più semplicemente una carta che viene girata. Anche se entrambe le soluzioni etimologiche non soddisfano completamente e c'è chi trova attinenze con il linguaggio dei prestigiatori, i cui numeri di magia si suddividono in tre fasi: "pledge" (promessa), "turn" (svolta) e "prestige" (prestigio). Lo saprete certamente se avete letto il romanzo di Christopher Priest "The Prestige", da cui è stato tratto un film che vi consiglio assolutamente di vedere.

Chicche ineguagliabili

ruota
Now give me the nuts!

Infine, ci sono termini che rappresentano dei veri e propri miracoli linguistici ed etimologici, e che andrebbero probabilmente conservati per sempre all'interno del vetro di una teca. Molte di queste parole le utilizziamo quotidianamente, magari senza mai esserci domandati quanto abbiano dovuto viaggiare attraverso il tempo e lo spazio per incarnare il significato che rappresentano.

È il caso della parola nuts, che come tutti sappiamo rappresenta il punto più alto possibile, quello che pretende di non poter essere battuto. Chiariamo subito che le noccioline non c'entrano niente, e che va totalmente fuori strada chi pensa che il possessore di un punto imbattibile gettasse sul piatto - oltre alle chips - anche le arachidi del proprio vassoio da saloon.

Il significato corretto, invece, è quello di bulloni, ovvero le giunture metalliche che nel Far West tenevano ancorate le ruote ai mozzi del carro. E dato che all'epoca non esistevano chips e non sempre i soldi bastavano a coprire completamente la puntata, toccava spesso fidarsi della parola di chi si giocava tutto - ma proprio tutto - comprese casa, moglie e attività.

Dopo aver vinto un megapot all'avversario, il compito del bravo pokerista non era ancora finito, in quanto ora bisognava riuscire a farsi pagare, evitando che l'oppo se la svignasse per non tornare mai più in città. Proprio per questo motivo, quando la puntata superava il denaro nelle tasche di un giocatore, l'usanza era quella di pretendere che venissero svitati i bulloni ("the nuts", per l'appunto) dal suo carro, scongiurando così il pericolo di una precipitosa fuga.

A mollo nel Mississippi

baro
"Stavo solo a scherzàààààà...!"

Per chiudere questo romantico editoriale non ho trovato nulla di meglio che ritornare "on the Mississippi river", accanto al nostro amico Cowell, che nel frattempo sta osservando una partita e appuntandosi tutto sull'immancabile taccuino.

Il piatto, questa volta, è veramente grosso e i giocatori rischiano diverse centinaia di dollari. Cowell osserva con attenzione e prova una lieve eccitazione nell'attesa dello showdown, che rivelerà finalmente chi ha vinto quella ricchissima mano. Ma ecco che accade qualcosa: uno dei giocatori, con una mossa fulminea, blocca il braccio dell'avversario alla propria destra.

Dalla manica di quest'ultimo cade un asso, che il mascalzone stava tentando goffamente di inserire come quinta carta del proprio punto, in modo da ottenere un full che gli avrebbe certamente garantito la vittoria. Scoppia ovviamente un putiferio: qualcuno cerca di prendere le difese del baro, tentando la strada della seminfermità mentale e chiedendo pietà.

Di sicuro, per barare con 20 carte devi essere veramente un cretino, ma i gambler dell'epoca (e pure quelli di oggi) non amano andare tanto per il sottile. E così lo scalcagnato baro viene afferrato di peso, portato sul ponte dell'imbarcazione e gettato nel fiume Mississippi, dove dovrà sudare parecchio per riuscire a raggiungere la riva sano e salvo.

È proprio questo il motivo per cui, ancora oggi, l'ultima carta - quella decisiva - è chiamata river (fiume). Una carta che più di ogni altra muove i destini, cambiando alle volte radicalmente l'intera vita di un professionista (pensate a Sergio Castelluccio e al "maledetto, miracoloso river" che decise il suo Main Event 2013).

Sergio Castelluccio
Un ricordo agrodolce che rimarrà indelebile nella nostra memoria

Il fiume, la carta finale, una vera sentenza. Che però, per pura coincidenza, ci riporta agli albori di questo gioco d'epoca moderna, cullati dal rollio e dal beccheggio di un vaporetto che lentamente avanza attraverso la Louisiana. E a pochi metri da George Cowell e i suoi taccuini pieni di entusiastici appunti, che avrebbero dovuto raccontare le meraviglie del Nuovo Continente, e che invece finiscono per descrivere soltanto la nascita di un nuovo, meraviglioso gioco.

Un gioco che - il giovane Cowell ne è sicuro - farà davvero tanta strada.

by n10juan