Editoriale: c'è bisogno delle All-in-piadi?
Jeff Madsen si è detto a favore di Olimpiadi dedicate al poker. Analizziamo i pro e i contro della proposta...
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| Jeff Madsen è favorevole alle "Olimpiadi del Poker" |
Il nome è di quelli di grido, parliamo di Jeff Madsen.
Per chi non lo conoscesse, qualche numero: 27 anni, 2 braccialetti alle WSOP (entrambi a soli 21 anni), ben 16 ITM alle World Series di cui 9 quest’anno. Hold’em, Omaha, Stud, non c’è ramo del poker in cui non vada forte. Aggiungiamo che alla sua età è nei 150 dell’All Time Money List, e il quadro è completo.
Cos’ha detto, Madsen? Testualmente che il poker “Dovrebbe avere le sue Olimpiadi”. Wow. Pesante.
Il discorso “poker alle Olimpiadi” non è nuovo, viene fuori a cadenza regolare: la novità è che Madsen propone delle Olimpiadi dedicate proprio al poker. In realtà, però, cambia poco rispetto a chi proponeva di portare l’Hold’em come sport dimostrativo a Londra 2012. Il problema di base è sempre lo stesso: il poker deve essere considerato uno sport?
Tecnicamente lo è già, visto che è stato il primo gioco di carte ad essere riconosciuto, come membro affiliato, dalla IMSA (International Mind Sports Association), una branca del Comitato Olimpico Internazionale. Addiritttura, in questi giorni, il poker sarebbe già potuto diventare una disciplina olimpica, visto che si stanno svolgendo a Lilla i giochi degli sport mentali, che però per il 2012 prevedono soltanto scacchi, dama, bridge, go e xiang-qi (scacchi cinesi).
Sarà per la prossima volta.
Al poker servono patenti?
Non so voi, ma io vedo una sorta di stacco generazionale a cavallo del millennio, dovuto più alla data di esordio nel mondo del poker che all’età: quasi tutti i giocatori cresciuti ad inizio anni ’90 o prima, nel periodo antecedente all’”effetto Moneymaker”, non riescono a vedere il poker come uno sport e neanche gli interessa. Non a caso, quando l’Espn ha chiesto loro del poker alle Olimpiadi, c’è stato un “no” corale.
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| Il logo delle Olimpiadi degli Sport Mentali |
La lista è lunga: da Lederer (“E’ il più bel gioco del mondo, ma non è uno sport”), a Greenstein (“Lo sport riguarda l’atletismo”) fino al sarcasmo di Dennis Phillips (“Ogni disciplina a cui può partecipare Phil Hellmuth non può essere uno sport olimpico”).
Diversa, invece, la reazione di quelli esplosi dopo il 2000: Esfandiari all’epoca si disse d’accordo e Madsen, come detto, ha proposto le Olimpiadi del poker. A fare da spartiacque quelli venuti fuori a cavallo del millennio, ma per un Andy Bloch favorevole c’è un Negreanu (scusate se è poco) che dice “No, penso alle Olimpiadi come a qualcosa di fisico”.
L’impressione è che i “vecchi” soffrano meno la non ancora completa legittimazione del poker come skill game: è normale, se pensiamo che han vissuto i tempi (non troppo lontani) nei quali il poker player era considerato nel migliore dei casi un gambler e nel peggiore uno da cui tenersi alla larga.
I più giovani certe cose non le hanno mai vissute, quindi il semplice fatto che qualcuno ritenga l’Hold’em un gioco d’azzardo è visto da loro come un affronto. Per questo vogliono emanciparsi, vogliono la “patente”, qualcosa che renda chiaro al mondo che il poker è diverso dalla tombola.
Riguardo questo punto, mi affiderei alle parole e alla saggezza di Mike Sexton, uno che col suo fare misurato è andato lontano: “Dal punto di vista mentale, nessuno sport è più complesso, ma le Olimpiadi sono per lo sport fisico e il poker appartiene ad un’altra categoria”.
Ha detto tutto, aggiungerei solo una domanda: chi, come e quando ha scritto che gli sport appartengono ad una categoria superiore rispetto ai giochi mentali?
Sono due cose diverse, anche se hanno punti in comune: conta la psicologia, l’allenamento è importante, l’impegno viene premiato. Però sono due cose diverse. La costante aspirazione del poker a diventare uno sport, manco fosse il brutto anatroccolo che sogna di diventare cigno, mi sembra rivelare un complesso di inferiorità che le nuove generazioni, visto il crescente successo della disciplina, non dovrebbero avere.
Quanto è "olimpico" il poker?
Per quanto mi riguarda, mi lascerebbe perplesso anche un inserimento del Poker nelle Olimpiadi degli Sport Mentali. Intendiamoci, come disciplina ha pieno titolo a far parte dell’IMSA, ma a mio avviso non è adatta ad un contesto olimpico per due motivi:
1) L’abilità non sempre è decisiva nel singolo evento
Per dirla con Greg Raymer: “Un singolo torneo non ti dice chi sia il migliore”. Nel poker, piaccia o meno, le skill contano sul lungo periodo: sul breve anche un giocatore mediocre può imbroccare la settimana fortunata e vincere un torneo. E i donk, alle Olimpiadi, ci sono sempre, perché partecipano anche nazioni sconosciute. Quasi mai, però, un atleta debole vince grazie alla fortuna. A memoria ricordo soltanto l’australiano Bradbury, oro nel pattinaggio di velocità perché per tre volte di fila caddero tutti davanti a lui, ma parliamo di un caso su un milione.
Nel poker, invece, il Jamie Gold di turno, con tutto il rispetto, potrebbe vincere ed essere osannato come il più forte dai media. Che senso ha? Le Olimpiadi del poker ci sono, si chiamano WSOP: atleti di ogni nazionalità che gareggiano tra loro in tutte le specialità. Aggiungere il termine “Olimpiadi” non serve a niente.
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| Poker alle Olimpiadi? Siamo proprio sicuri? |
2) Come la mettiamo con lo spirito olimpico?
Siamo d’accordo, il motto decoubertiano per cui “L’importante è partecipare” è fuori dai tempi: oggi anche nello sport si gioca per vincere e spesso si ricorre a mezzi illeciti. Eppure ci sono tante storie, grandi e piccole, di sconfitti che dicono “E’ stato bello essere qui”. Facciamo una prova: alle prossime World Series, durante il main event, urlate “L’importante è partecipare!” e fatemi sapere la reazione. Quando vi dimettono dal manicomio, s’intende. Raccontiamola giusta, nel poker si gioca per vincere: si può essere contenti della propria prestazione, accettare sportivamente la sconfitta, ma chi esce in bolla non è mai felice.
Cosa dite? Anche negli altri sport è così? Problemi loro: forse qualche disciplina dovrebbe uscire dal programma olimpico per incompatibilità con lo spirito della manifestazione. Quello che è certo è che non dovrebbe essere il poker ad entrarci. Parliamo di uno splendido gioco, che non ha bisogno di patenti: col tempo i pregiudizi passeranno.
E se anche tra trent’anni ci fosse qualcuno che pensa che nel poker conta solo la fortuna, poco male. C’è sempre bisogno di qualche fish. O no?
di Sergio "traxxer" Pastena


