Aggiornato il 28 Feb 26 da

Editoriale - Essere o avere?

Qual è l'ausiliare giusto che un pokerista dovrebbe utilizzare per poter godere appieno di questa esperienza appassionata che è il poker? A spiegarcelo è Faraz Jaka, l'ultimo vero Rounder.

Sienna Miller
Sienna Miller

Che "Mississippi Ground", il film sul poker presentato l'altroieri al Sundance Festival, debba essere soltanto l'ennesima porcata, possiamo soltanto ipotizzarlo, ma ho la netta impressione che le nostre ipotesi si fermeranno a pochi millimetri dal centro pieno.

Basta sbirciare la trama per capirlo: giocatori maledetti che bazzicano nei bassifondi di New Orleans, gambler dannati che passano con rapidità dal tavolo di poker a quello di craps, nonché le classiche corse contro il tempo, magari cercando di pararsi il fondoschiena dallo strozzino di turno, magari proteggendo quella gnoccolona di Sienna Miller dagli strali di qualche gangster.

Niente di nuovo sotto i riflettori del cinema statunitense: tutto già raccontato, già visto, già disprezzato più volte. E a far da collante a questa catasta di ovvietà, c'è naturalmente il poker in qualità di fontana di perdizioni. Che poi, mostrato al grande pubblico, si traduce in due effetti distinti: insegna ai più parchi a detestare questo gioco, mentre ai più inquieti racconta come reale un modo di giocare ai confini della ludopatia, che nel poker professionistico non esiste, dato che è perdente al 100%.

Anche "Rounders", in questo, è soltanto un filmetto. Ma è diverso da tutti gli altri, proprio perché tenta almeno di essere sincero, mostrandoci personaggi un po' più vicini alla realtà. Come il regular Joey Knish (John Turturro), che predica in continuazione di giocare rollati. Come la fidanzata Jo (Gretchen Mol), che è carina ma niente a che vedere con le classiche top model da crampo agli occhi, e che è reale perché - semplicemente - non capisce e non capirà mai questo gioco.

The Toilet contro i Maya

Sarebbe divertente raggruppare tutti gli sceneggiatori che in questi ultimi decenni hanno partorito fantascienza pokeristica spacciandola per realismo, e mostrar loro la vita di uno come Faraz Jaka, uno che viaggia sull'autobus pur essendo milionario. Uno che si porta in giro due zainetti con roba comprata al supermercato, crucciandosi perché vorrebbe possedere meno cose e ripromettendosi ogni giorno di alleggerire il carico, accettando la rinuncia.

Conobbi Faraz Jaka nel dicembre del 2012, a Praga. Mentre mezzo mondo se la faceva sotto per via della profezia Maya, io e traxxer passavamo il solstizio d'inverno immersi in un assordante rumore di chiptricks, dopo un viaggio che - come potete vedere da questo video e dagli altri 4-5 prodotti in questo esilarante thread di 2 secoli fa - era stato pieno di disavventure.

All'epoca io ero ancora un pulcino nel giornalismo pokeristico, tanto che il faccione di "The Toilet" (che pure già aveva vinto oltre 3 milioni di dollari), lo ammetto: nemmeno lo conoscevo. Quando spulciai Hendon Mob e mi resi conto delle cifre andai a fotografarlo con un po' di imbarazzo e in cambio scoprii un personaggio diverso da quello che mi sarei aspettato: il suo sorriso era sincero e cortese, i modi pacati e gentili, la voce amichevole anche se ero uno sconosciuto.

Parlammo poco, ma quel poco mi bastò per intuire che avevo di fronte un campione strano, diverso dal tipico cliché del pokerista perennemente incazzato e concentrato. Scoprii più tardi che la mia intuizione era corretta, quando lessi che Faraz Jaka, da mesi ormai, aveva abbracciato una filosofia di vita tutta sua, all'impronta del risparmio e della sobrietà, che ne faceva ben più di un campione strano.

Ne faceva, anzi, l'icona di un vero e proprio paradosso pokeristico. Come un concerto dei Metallica in sala parto. O un coro gospel durante una riunione del Ku Klux Klan. Lui, pokerista-imprenditore che in banca aveva i milioni, anziché godersi il frutto del proprio lavoro sceglieva di mangiare nelle bettole, di viaggiare coi low cost, addirittura di non avere una casa, accettando di vivere come un nomade - o come un senzatetto, se volete - saltellando di torneo in torneo da un ostello all'altro, come un giovane spiantato che ha deciso di imparare il mondo.

Il pagliaccio saggio

Clow
Non ci assomiglia granché

Rimasi perplesso: che pokerista è uno che si fa rinchiudere per 10 giorni in un monastero facendo voto di silenzio e poi dichiara pure che sono stati i 10 giorni più belli della sua vita? Uno che, dopo aver vinto $750.000 al WPT, va a leggersi un libro in un motel anziché festeggiare fino all'alba in discoteca, elargendo champagne in cambio di compagnia?

Poteva solo essere un pagliaccio, pensai. In un mondo dominato dall'ausiliare avere, era assolutamente impossibile che qualcuno si sedesse al tavolo di un high roller da $100.000 di buy-in sostenendo la filosofia dell'essere. Perché il poker a quei livelli - lo sappiamo troppo bene - è un vorticoso giro di quattrini, e se c'è una sola cosa che un pokerista non dovrebbe mai avere il cattivo gusto di fare, è quella di predicare la povertà razzolando la ricchezza.

Eppure c'è il rischio che Faraz Jaka non solo non sia affatto un pagliaccio, ma anzi uno che della vita ha capito molte cose. Prima fra tutte, che la ricchezza è certamente un valore auspicabile, ma con la felicità non ha davvero niente in comune. Concetto, questo, che può sembrare affettato e retorico, ma che in fondo è supportato da milioni di prove: non sono forse le persone ricche quelle più annoiate e infelici?

La ricerca della felicità

Faraz Jaka
Faraz Jaka

Più passa il tempo e più mi rendo conto di come la nostra costante ricerca della felicità sia concepita in modo concettualmente sbagliato. Siamo quasi tutti convinti del fatto che la felicità sia un traguardo da raggiungere dopo aver percorso una lunga strada, mentre forse scopriremo un giorno che la nostra felicità sta proprio nel percorso, e il traguardo non ha nessun altro compito se non quello di terminarla.

In questo, Faraz Jaka ha mostrato un acume che va oltre i meriti dei suoi colleghi. Nel suo sobrio vivere, senza modificare di una virgola la mentalità che un'infanzia serena ma non ricca gli ha inculcato, The Toilet s'è messo nella posizione ideale per poter godere a pieno titolo di tutto ciò che sta facendo.

Viaggiare in taxi significa farlo per arrivare il prima possibile a destinazione, mentre farlo prendendo l'autobus vuol dire assaporare il mondo a piccoli sorsi, città dopo città. E dormire ogni volta negli alberghi superlusso significa rinchiudersi in una bolla di sapone che nella mente di un ventenne può anche distorcere per sempre il contatto con la realtà. Mentre frequentare gli ostelli e i motel vuol dire conoscere la gente - quella vera - penetrando ogni volta la realtà sociale del luogo in cui si soggiorna.

L'ultimo rounder

Doyle Brunson
Doyle Brunson

A pensarci un po' meglio, la filosofia dell'essere dà più valore atteso di quella dell'avere. Non condividerai il rimorso per aver dilapidato ciò che eri riuscito a ottenere. Né vivrai nel paralizzante terrore che qualcuno ti sottragga ciò che hai. E c'è poi un tempo per essere spendaccioni e passarsi qualche sfizio, ma sempre considerandola un'eccezione e non la norma. Perché la norma non regala mai sorrisi, mentre è l'eccezione a farlo.

In un mondo, quello pokeristico, dominato dall'ausiliare avere, Faraz Jaka potrebbe essere davvero l'ultimo rounder. Un nostalgico fuori dal tempo, che sta vivendo il poker come un amore appassionato, proprio perché sceglie di affrontarlo con sobrietà. Esattamente come i vecchi rounder stile Brunson, che oggi sono campioni affermati ma rimpiangono ogni giorno l'epoca in cui non avevano niente, e tutto ciò che fabbricavano con la propria abilità era fonte di felicità immensa, proprio perché la gioia non si annida quasi mai in un estratto bancario a sette zeri.

C'è anzi il serio rischio che sia nascosta da millenni nel sudore.