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[Chiuso] Tunisia, Egitto, Marocco, Algeria, Siria, Iran, Yemen e Libia: svolta epocale?

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Le manifestazioni, le rivolte e sprazzi di guerra civile stanno decidendo il futuro di molti stati in questi giorni.

Il desiderio di cambiare lo status quo si sta diffondendo da un paese all'altro a macchia d'olio e altri paesi potrebbero essere inclusi nel turbinio degli eventi.

Gli equilibri mondiali che scaturiranno a conclusione di queste vicende saranno diversi dagli attuali o ripresenteranno gli stessi poteri?

Vi preghiamo, come sempre, di effettuare un sano scambio di opinioni in rispetto delle regole del forum.

Grazie e buona discussione :)


31 replies
Stockky
Joined: 07.10.2008

Visto che si era andati ot, spostato tutto il discorso sulla scena di Giù la testa in un nuovo topic.
Chi si fosse interessato può trovarlo qui:
Scena di Giu la testa

Qui si può continuare a parlare dell'attualità.


lasthand
Joined: 16.09.2008
Stockky
Joined: 07.10.2008

Mentre in Tunisia ed Egitto i manifestanti hanno avuto la meglio, in Libia vengono bombardati dalla propria aviazione.
Il conto delle vittime vola: ieri sera 200 morti, stasera 1000.

Gheddafi che grande "statista" internazionale!
L'Italia è strettamente alleata con lui; giustamente non potevamo farci scappare un fenomeno di tale livello.


lasthand
Joined: 16.09.2008

L'originale di StockkyMentre in Tunisia ed Egitto i manifestanti hanno avuto la meglio, in Libia vengono bombardati dalla propria aviazione.
Il conto delle vittime vola: ieri sera 200 morti, stasera 1000.

Gheddafi che grande "statista" internazionale!
L'Italia è strettamente alleata con lui; giustamente non potevamo farci scappare un fenomeno di tale livello.

Pare che avesse alcune affinità con il nostro premier. :rolleyes:


mushyliver
Joined: 06.04.2010
Spoiler

EDIT: all'inizio non stavo capendo cos'era successo.. :D ho incollato dal thread in cui avevo risposto perchè sembrava overthread nonostante fossi l'unico che non c'era andato ;P Scena di Giu la testa

gli equilibri, gli stessi??? mmmh.... non credo proprio! (PER FORTUNA!)

penso alle rivoluzioni sudamericane.. nazioni che, una dopo l'altra, si sono liberate dalle loro dittature..

penso ai paesi dell'est.. l'ungheria..poi la romania..poi l'ucraina.....e penso che ora un paio di jeans se lo possono comprare al supermercato, non devono barattarlo con i turisti...

per non parlare della russia! ormai potenza mondiale da tempo dopo la rivoluzione d'ottobre..anzi direi che c'ha messo pochi anni a crescere, se si pensa all'incremeto in senso assoluto che ha avuto..

poi penso alla caduta del muro di berlino....qui, dietro l'angolo, dal punto di vista spaziale come temporale.

e andando indietro..150 anni indietro..penso a garibaldi e l'impresa che ha compiuto....

è sempre bello quando un popolo si libera del suo/dei suoi tiranni, e quello che ne consegue non può che essere POSITIVO.

la storia insegna.

IN BOCCA AL LUPO FRATELLI


mushyliver
Joined: 06.04.2010

comunque.. GHEDDAFI E' UN PAZZO... e purtroppo ha l'esercito ancora schierato dalla sua.
in egitto è stato tutto più "rapido e indolore" perchè l'esercito appoggiava il popolo, era in piazza a "controllare" che non ci fossero troppi disordini, ma di certo non per reprimere le manifestazioni..era dalla loro parte......sarà che l'esercito libico è già adesso ben pagato?!???!? e il guaio è che sicuramente..è ben armato!!!
ma gheddafi non mollerà facilmente.. non è sano di mente.. sicuro penserà che "i libici sono suoi e può sparargli quanto gli pare"...
aveva fatto così già con lampedusa..ricordate?????
missili su lampedusa
ero piccolo ma ricordo ancora le interviste... "lampedusa è mia e ne faccio quello che voglio. avevo bisogno di provare questi nuovi scud"......DA BRIVIDO!!!


lasthand
Joined: 16.09.2008

<<Gheddafi sta asserragliato nella sua caserma a Tripoli da dove, di tanto in tanto, escono in formazione 7-8 camionette blindate che sparano a vista, per uccidere, senza guardare se si tratta di rivoltosi o di semplici passanti. Anche gli aerei lanciano ordigni contro coloro che si avvicinano ai depositi di munizioni. In alcuni quartieri c'è l'inferno, in altri regna la calma>>.
Il futuro è probabilmente una guerra civile totale perchè il rais, oltre a disporre dei mercenari stranieri, non è stato tradito dalle sue milizie, al comando delle quali ha messo i figli, forti di 30 mila uomini, ben pagati e ben equipaggiati. Una parte dell'esercito (50 mila soldati, la metà di leva) sta invece con gli insorti: il presupposto per un bagno di sangue. Ma chi sono questi insorti? Come già nella piazza Tahrir del Cairo giovani senza capi riconosciuti che hanno iniziato se non per fame (il reddito medio della Libia è il quadruplo rispetto al resto del Maghreb) per voglia di democrazia. Cammin facendo hanno trovato una solidarietà variegata di islamisti e di alcune tribù (i clan più importanti sono una quarantina e per ampiezza vanno dalle tremila persone di quello di Gheddafi ai 90 mila degli orfella) soprattutto nella da sempre inquieta Cirenaica e adesso sono massa. Fekini ragiona sul possibile nuovo leader. Escluso chiunque dell'aristocrazia gheddafiana, compreso il figlio presunto riformatore Seif al Islam: <<Si è bruciato parlando alla nazione ed evocando la guerra civile>>. Nemmeno Abdel Salaam Jallud, già numero due del regime, poi emarginato: <<All'inizio fu uno dei peggiori criminali>>. Nessuno degli orfella: <<Anche loro un tempo compromessi>>. E allora chi? <<Le università hanno sfornato negli anni un sacco di professionisti, medici, avvocati, letterati, bisognerà pescare lì>>.

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Altrove nel mondo arabo, soprattutto là dova al potere ci sono stati regimi nazionalisti, lo Stato si identifica con i militari. E' il paradigma degli ultimi cinque decenni.
<<Non in Libia. Qui anche i militari sono divisi per appartenenze tribali e claniche, e al contrario dell'Egitto non sono un'istituzione nazionale, nè sono in grado di mediare tra la popolazione e il potere. Il quale a sua volta è nelle mani di apparati di sicurezza creati da Gheddafi e dal suo clan>>.
E allora, non rimangono che gli islamisti radicali.
<<Non avrei timore dei fondamentalisti.
I libici sono un popolo pragmatico e difficilmente possono cedere alle sirene dei fanatici. Tutta la storia del Paese lo dimostra>>.
E però è in Libia, in Cirenaica, che si diffonde la senussia, movimento fondamentalista, che ha dato al Paese il re.
<<E' storia. E' passato. E' una vicenda che riguarda appunto solo l'Est, la Cirenaica, e anche sul presunto fondamentalismo dei Senussi si è esagerato. In realtà in quel movimento erano presenti le influenze dell'Islam sufi, meno austero, di tutto ciò che oggi rappresentano i fondamentalisti sunniti>>.
Una previsione per il futuro.
E' ipotizzabile la democrazia?
<<Lasciamo perdere la democrazia.
Non è all'ordine del giorno.
E se è vero che non c'è una classe media, esiste un ceto di burocrati, tecnocrati, professionisti. La Libia sarà nelle loro mani. Dovranno avere pazienza e sangue freddo. Il compito di costruire uno Stato non è facile. Ma non è impossibile. Confido nell'intelligenza di questa gente, istruita e preparata>>.
Dirk Vandewalle

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In televisione ora è comparso il figlio Saif al Islam e ha promesso ai manifestanti un "fiume di sangue" - alla mattina del 21 febbraio si contavano 233 morti (ma è impossibile avere cifre precise; questa è solo la stima di Human Rights Watch) - e di vittime ce ne saranno ancora perchè il figlio, come il padre, è un barbaro che non conosce altro che la legge del sangue, la repressione feroce e l'impunità.
E' qui che i leader dei paesi occidentali che con la Libia fanno affari dovrebbero intervenire. Qua e là sono state espresse delle condanne e delle preoccupazioni, ma quello che sembra prevalere è piuttosto un "Silenzio, si uccide!". E ciò che sta accadendo, mentre scrivo queste righe, a Bengasi, a Tripoli, ad Al Baida... E al massacro avrebbero partecipato anche dei mercenari.
Se Gheddafi ha ordinato di sparare e di uccidere è perchè sa di essere condannato, sa che presto o tardi dovrà lasciare il potere e il paese, anche se il figlio ha promesso di dotarlo di una Costituzione. Ha deciso che non se ne andrà prima di aver annientato quanti più libici possibile. E' un uomo tragico: si "difende" come se a essere attaccata fosse stata la sua casa. Perchè la Libia è la sua casa, la sua tenda, un suo bene personale. Non capisce come si osi pretendere ciò che lui considera un bene proprio. Quindi uccide. Non ha alcun senso del diritto nè di ciò che è legittimo o meno. Ha vissuto tutta la sua vita al margine di ogni legge internazionale. Tutto ciò che è giuridico non lo riguarda. Si ritiene al di sopra della legge e schiaccia con le armi pesanti i manifestanti che chiedono di vivere con dignità, in libertà e in democrazia, valori che non fanno parte del suo universo.
Tahar Ben Jelloun

L'espresso

http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2011/02/25/libia_scontri_morti_massacri_rivolta_gheddafi_misurata_assedio_tripoli.html
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-804919d6-2280-4875-a696-c247ece80db3-annozero.html


kiromanAAKK
Joined: 08.10.2009

Ora spazzo la cazzata del secolo,
e se le profezie piu' catstrofiche stessero prendendo fondamento?
Ovviamente speriamo che siano solo ... cazzate!!!

Si parla molto di catostrofi bibbibliche annunciate, l'esistenza di alieni che lasciano ogni giorno che passa sempre piu' testimonianze veritiere e addirittura di un globale piano massonico segreto atto al completo dominio del mondo da parte di un elite (ill............. meglio non fare nomi non si puo' mai sapere :D ) con segni evidenti lasciati sparsi qui e li anke negli stralci della storia con messaggi segreti nelle opere d'arte e cosi' via.

Mi chiedo se esistono siti specializzati in ste' coase aggiornati quotidianamente con update regolari su ogni sviluppo interessante (tipo nuovo avvistamento, articolo shock ed altro). Qualkuno e' a conoscenza di any links?
Thx :heart:


lasthand
Joined: 16.09.2008

L'originale di kiromanAAKKcompleto dominio del mondo da parte di un elite

Questo appartiene principalmente al passato e al presente, non vedo perchè preoccuparsene in chiave futura.


lasthand
Joined: 16.09.2008
lasthand
Joined: 16.09.2008

<<La rivoluzione è stata opera dei giovani che hanno sfruttato le moderne tecnologie per coordinarsi, ma a differenza che in Egitto e in Tunisia qui non c'era nessuno che li potesse consigliare sul da farsi. Non abbiamo un esercito forte. Non abbiamo una classe dirigente. Per questo siamo intervenuti noi: per aiutarli ad avere successo.>> In Libia i clan (ce ne sono decine di cui una ventina davvero rilevanti) hanno un ruolo sociale fondamentale, ma adesso, spiega Tajuri, <<è il momento di dare alla nazione una Costituzione e un sistema legale che sia al di sopra delle tribù. Se avremo successo i clan potranno lentamente dissolversi>>.
Ad affiancare i grandi vecchi ci sono migliaia di libici che avevano lasciato il Paese in cerca di un'istruzione e una vita migliore e che negli ultimi tre-quattro anni, grazie alla relativa apertura economica del regime, sono rientrati in patria. Il ruolo di businessman e di intellettuali cresciuti all'estero è stato cruciale: hanno portato linfa vitale a una popolazione ormai stanca di un regime anacronistico. Si sono scontrati nella vita di tutti i giorni con gli abusi e le ingiustizie. Hanno stretto legami solidi con imprenditori e medici locali, trasmettendo anche ai loro figli l'urgenza di un cambiamento. <<Non è possibile che un Paese ricco come il nostro non abbia strade e abitazioni decenti per tutta la popolazione, e che la corruzione e la collusione con il regime siano le uniche regole del business>>, spiega Gheddafi Muhssen Waais, proprietario di un'impresa di costruzioni in joint venture con l'italiana Nova Carel.
Nella rivoluzione ogni categoria professionale sembra avere un ruolo preciso. Gli studenti, quei ragazzi cresciuti guardando Al Jazeera, hanno agito da soldati. In migliaia sono morti pur di raggiungere l'obiettivo, dimostrando una determinazione che ha colto tutti di sorpresa. <<La vedi questa ruspa?>>, dice Ahmed, l'ingegnere trentenne che fin dal primo giorno si è occupato di inviare le immagini del massacro ad Al Jazeera: <<Ci sono voluti sette uomini per portarla contro la recinzione di cemento intorno alla caserma di Gheddafi. Uno moriva colpito dai cecchini, e un altro saliva a bordo. Così, metro dopo metro, fino all'obiettivo>>. Gli avvocati, i professori e una parte della classe imprenditoriale, uomini e donne di età compresa tra i trenta e i cinquant'anni, stanno gettando le basi del nuovo Stato. Un'altra parte dei manager si occupa invece di tenere in vita l'economia del territorio, continuando le loro attività e finanziando le necessità del nuovo governo. I poliziotti stanno tornando in servizio e i militari hanno cominciato ad addestrare reclute.
Contemporaneamente, si cercano i leader di domani. Ma non è facile, con la parte occidentale del Paese ancora sotto assedio e una serie di clan indecisi se schierarsi o meno coi ribelli. Il clan più grande, con oltre un milione di persone, quello dei Warfalla, in Tripolitania, è rimasto per il momento neutrale. Gheddafi ha offerto loro due miliardi di dinari (poco più di un milardo di euro) e 150 mila dinari ad ogni membro per non unirsi alla rivoluzione. A Kofra, nel sud, lo sceicco ha accettato i 7 milioni offertigli in contanti, ma poi ha annunciato che il clan stava con i ribelli. E con gli insorti è anche il clan dei Magharia, guidato da Abdel Salam Jallud, ex braccio destro di Gheddafi, oggi agli arresti domiciliari, e uno degli uomini che qualcuno indica tra i prossimi leader per la sua fama di uomo forte ma onesto. Nel 1993 il suo clan appoggiò il fallito tentativo dei Warfalla di eliminare Gheddafi, e da allora ne paga le conseguenze. Rinchiusi in casa in attesa del momento giusto per esporsi ci sono anche l'ex ministro degli Interni Fattah Younis e l'ex ministro della Giustizia Mustafa Abdel Jalil, l'uomo che ha annunciato ad Al Jazeera (smentito però dal comitato nazionale che tiene segreti i nomi del nuovo esecutivo) di essere il leader del governo di transizione. Per il momento non esistono certezze. Nemmeno sulla forma di Stato. Nonostante ci sia consenso sulla formazione di una Repubblica islamica moderata, visto che la popolazione libica è composta integralmente da sunniti, Jalil ha spiegato che la creazione di uno Stato non confessionale non è esclusa. Ma su alcuni punti sono tutti d'accordo: la Libia ha bisogno di una Costituzione, di un Parlamento e di libere elezioni che restituiscano ai cittadini il controllo sulla propria vita.

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Soldati stranieri sul suolo libico non li vogliono nemmeno gli insorti. E la stessa comunità internazionale, dopo l'euforia dovuta all'emotività, ha cominciato una retromarcia attestandosi sulla linea delle ritorsioni diplomatiche. Embarghi, sanzioni, cordone sanitario attorno alle coste del Mediterraneo, aiuti ai profughi, al massimo una "no fly zone" che non comporti comunque una presenza di militari sul terreno. Se per Bismarck i Balcani non valevano <<le ossa di un granatiere di Pomerania>>, allo stesso modo nessuno ha oggi voglia di morire per Tripoli. Dopo l'esperienza in Iraq e l'incerta sorte del conflitto in Afghanistan, viene considerato troppo oneroso e controproducente impegnarsi in una nuova guerra nell'area arabo-musulmana. Per questo si propongono ipotesi alternative come l'esilio per il colonnello Gheddafi.
Il dittatore lo sa e, forte di questa convinzione, gioca le residue chance sul logoramento e la lunga durata. La guerra civile è entrata in una fase di stallo in cui si stanno consolidando le posizioni.
In Cirenaica, oltre a un nuovo governo, è stato costituito un comando militare composto da 15 generali passati coi ribelli: il vertice di un esercito in fase di rapida formazione. Avrebbero il supporto di consiglieri militari, soprattutto americani, <<centinaia>>, secondo Debka, il sito fondato da ex 007 israeliani.
Gheddafi, dalla caserma di Bab al Azizia, dopo essere stato preso in contropiede dagli esordi della rivolta, sta rinserrando le fila. Controlla la capitale, dove conta ancora su numerosi sostenitori e dove sta eliminando il dissenso in alcuni quartieri ribelli ricorrendo a squadroni della morte che compiono omicidi mirati. Lancia le sue armate in incursioni nelle città perse più vicine a Tripoli per allargare la sua zona di sicurezza e riprendersi tutto l'est. E gioca anche la carta economica. Sussidi ai poveri e consistenti oboli alle tribù ancora incerte su come schierarsi tra i duellanti. Ha quasi perso, per questo si gioca tutto. E, come un consumato giocatore di poker, rilancia.

L'espresso


capomastro
Joined: 29.09.2008

In che stato è il mondo... è davvero difficile provare a immaginare la bolgia che c'è là quando noi (italiani), se pur con innumerevoli problemi da risolvere viviamo comunque in una situazione di relativo benessere.
Mi spiace molto per le brave persone che vivono in quei paesi, auguro a tutti loro con il cuore che gli avvenimenti di questi giorni non si concludano come la rivoluzione cubana che consegnò il paese dalle mani di un dittatore nelle mani di un altro dittatore, ma onestamente non riesco ad essere ottimista per il loro futuro.


lasthand
Joined: 16.09.2008
lasthand
Joined: 16.09.2008

Il rais politico fugge fra le imprecazioni e i fischi del popolo insorto mentre im militari assumono la parte dei mediatori, dei traghettatori verso una possibile ma improbabile democrazia. Perché non hanno partecipato alle ferocie e agli abusi del sultanato non perché hanno a loro disposizione i carri armati e cannoni.
Segue un altro strano fatto: i peggiori sostenitori dei regimi autoritari, i carcerieri, i torturatori, i fucilatori, i poliziotti, le spie, i cortigiani più ladri e malvagi pensano che è l'ora di mettersi in salvo come si può, affidandosi ai barconi malandati dei traghettatori senza scrupoli che riempiono il mare con i loro convogli disperati, che la Marina da guerra italiana sorveglia e guida fino a Lampedusa.
E l'informazione fa di queste ciurme delle vittime del nuovo potere, da persecutori a perseguitati che bisogna soccorrere nei centri di accoglienza da cui partiranno per raggiungere i loro complici in Francia o in Germania dove anche loro, come il rais, hanno messo in salvo i frutti delle loro rapine.[...]
Gli insorti occupano le piazze e festeggiano. E noi che siamo passati nel secolo scorso per quest'esultanza di questi popolari tripudi non possiamo trattenere un pensiero amaro: e poi? Poi come finirà quando dei rais di turno si sarà persa la memoria e i generali si saranno messi d'accordo con i nuovi politici per organizzare una qualche democrazia autoritaria dove i poveri cui una volta nella vita viene concesso di occupare le piazze delle capitali saranno stati rimandati nelle loro periferie?
Giorgio Bocca

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Gheddafi li teneva in vita con sussidi che bastavano a comprare da mangiare, procurarsi le sigarette (che fumano come ciminiere), magari un po' di hashish (che circola in abbondanza) e perfino una bottiglia di grappa prodotta localmente, lascito della colonizzazione italiana. Ma certamente non a costruirsi un futuro. <<Non avrò mai soldi per comprarmi una casa, e quindi, secondo la nostra tradizione, non potrò mai sposarmi>>, sospira Maadi, un disoccupato trentenne.[...]
Per i ragazzi l'unica esperienza di guerra precedente è quella con i videogiochi. <<Sono qui con i miei vecchi compagni di scuola>>, racconta Mohammed, 21 anni, mentre lubrifica la mitragliatrice a Brega, una cittadina strategica sulla via per Sirte, la città natale di Gheddafi: <<Nessuno di noi ha un lavoro vero, "the Gheddafi" ci ha tolto tutto, ma adesso lo costringeremo ad andarsene>>. Sanno di non avere altra scelta. Se il "cane pazzo" resterà, loro saranno tutti giustiziati. Tanto vale morire in battaglia da martiri, lottando per liberare il Paese. Anche se non è poi così facile.
Qualche giorno fa un ragazzo poco più che teenager si era messo a prendere a calci una bomba inesplosa. E' scoppiata. Lui è morto sul colpo. <<Non esiste disciplina, ognuno fa quello che vuole>>, si lamenta Bashir mentre gestisce due cellulari e decine di conversazioni con uomini che pendono dalle sue labbra: <<Fumano troppo hashish e continuano a sprecare munizioni sparando in aria>>. Sono vestiti come capita, con giubbotti di tela cuciti in Egitto, con giacche mimetiche e pantaloni verde militare trovati nei depositi dell'esercito, con coperte di lane e T-shirt del Che. Alcuni indossano scarpe da ginnastica, altri mocassini neri più adatti a un ufficio che al fronte, altri ancora soltanto ciabatte di plastica. Chi riesce a trovarlo si infila in testa un fez rosso, accessorio delle truppe scelte del dittatore. E poi ci sono gli uomini del Sud che combattono con lunghe tuniche bianche e giacchette di pelle che ad un occidentale ricordano i mujaheddin afghani. <<Ma con l'Afghanistan e l'Iraq non c'entriamo nulla, e tantomeno con Al Qaeda>>, ribattono loro.
Andare a combattere è una scelta individuale. Ti chiamano al telefono gli amici e, se te la senti, parti. In qualunque momento puoi tornare indietro. Non esiste un esercito e dunque nemmeno la diserzione. <<Guardiamo la televisione, chiediamo agli altri dove si trovano e poi partiamo per aiutare i nostri fratelli>>, racconta Abdullah, 27 anni: <<E se non abbiamo le armi, non importa. Le raccoglieremo dai morti>>.

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L'infanzia in un paese totalitario come l'Urss, la povertà, il carcere, la guerra civile che ha diviso la Moldavia facendomi diventare cittadino della Transinistria, i due anni di combattimenti in Cecenia come cecchino delle forze speciali di Mosca e poi il lavoro di mercenario. Sì, mercenario: lo dico senza giri di parole. Io ho rivisto come il crollo del mondo di quando ero bambino, la disillusione per gli slogan del socialismo reale, mi avessero lasciato dentro un deserto. E un Kalashinikov tra le mani come unico strumento per imporre i miei sogni.
Di gente come me e lui ne ho incontrata tanta. Conoscevano solo la guerra, non riuscivano a immaginare un'esistenza pacifica. Come il protagonista di "Hurt Locker", non sapevano farne a meno. Erano passati dalla Bosnia, dal Kosovo, dalla Cecenia agli ingaggi per le agenzie private, che li pagavano per combattere in Iraq, in Georgia e in Afghanistan. Alcuni erano anche peggio: esaltati, nichilisti che vedevano nell'uccidere e nel rischiare la morte l'unica dimensione. Anarchici in brutta copia, che sfogavano nelle armi le loro frustrazioni e la loro follia. E se gli domandavi <<perchè lo fai>> ti rispondevano con un silenzio dhe dava la misura del loro vuoto interiore. Per questo sono convinto che il mestiere del mercenario non è una professione, ma una condizione mentale che nasce da un degrado abissale. Persone che vanno contro le leggi umane fondamentali e fanno della forza un concetto universale: pirati insani, che amano la distruzione. Non sono semplici assassini per soldi: è gente che ha attraversato ogni limite, fino a ritrovarsi nell'inferno.
Oggi questi prigionieri del male sono diventati gli ingranaggi di un'industria florida e spietata, che sfrutta la loro maledizione per arricchirsi: aziende che offrono un percorso legale alla marcia della morte. Sono i nuovi signori della guerra, quelli a cui gli Usa e l'Occidente hanno subappaltato le battaglie più sporche in Iraq e in Afghanistan. Alcuni si limitano a fornire servizi di scorta, proteggendo diplomatici o imprenditori senza badare a quanti muoiano perchè il viaggio sia sicuro. Altri invece offrono brigate armate di tutto punto: hanno tank, elicotteri e persino bombardieri. E tutti si nutrono di guerra.
Sono soldati che non richiedono ideologie: basta pagarli. Non hanno bandiere, spesso i contractor sono vecchi nemici: in Iraq ho visto lottare fianco a fianco serbi e croati che dieci anni prima si erano sparati addosso. E quando muoiono non c'è bisogno di funerali solenni: i più fortunati, quelli ingaggiati dai big, hanno almeno un'assicurazione che li farà ricordare da figli sperduti o da vecchie madri; per molti non ci sarà nemmeno una croce sulla tomba.[...]
A quel punto è squillato il cellulare, con il prefisso della Libia che non avevo mai visto. All'inizio la mia sorpresa è stata allegra: <<Andrej, allora, come butta? Sei già diventato miliardario? La tua agenzia ti ha portato tanti soldi?>>. <<Ma che! Uno come me se nasce povero, povero muore. Ho chiuso la mia agenzia un anno fa, troppa burocrazia e poco lavoro...>>. Io faccio una battuta: <<Allora sei tornato contadino, come tuo padre?>>. Ma lui non era in vena di scherzi: <<No, sono di nuovo operativo. Ti sto chiamando proprio per questo: ci sono tanti soldi, Nicolai, così tanti che in Israele non li guadagnavi in un anno! >>.
<<Operativo>>. Una parola che contiene tutto. Che mi trascina in un passato di blindati, di appostamenti, di battaglie tra i monti e le case della Cecenia e di tanti altri posti che vorrei dimenticare. Mi rendo conto che Andrej non sta giocando. Adesso capisco quel senso di fatica che c'è nella sua voce. <<Ma dove li trovi così tanti soldi? Chi ti paga?>>.
<<Ma tu non guardi la televisione? Non hai visto cosa succede in Libia?>>.
<<Non mi dire che sei andato a servire a quel pezzo di merda di Gheddafi!>>.
<<Tu non immagini quanto potere ha questa persona, mi hanno arruolato insieme con altri 300 operatori in un solo giorno, hanno pagato il triplo di commissioni alle nostre agenzie>>.
<<Come è possibile? Gheddafi sembra isolato...>>.
<<Ufficialmente lavoro per una compagnia petrolifera di proprietà del figlio del presidente. Mi pagano 10 mila euro a settimana. In questo paese se loro non controllano la situazione, tutto finirà nelle mani dei terroristi di Al Qaeda!>>.
<<Non mi dire che lo fai solo per salvare il mondo dai terroristi...>>.
<<Come sempre, nel culo ai terroristi, fratello! Senti, qui c'è tanto lavoro, mi hanno assegnato un reparto mobile: ho due elicotteri e 30 persone, serbi, croati, ungheresi, ucraini, lituani. Ma ci servono i cecchini. Abbiamo solo due tiratori capaci di colpire a 800 metri, come te: se vieni ti pagheranno un sacco di soldi!>>.
<<Ma che dovete fare, Andrej? Contro chi dovete combattere?>>.
<<Ma tu proprio non guardi la televisione! I terroristi, hanno preso in mano il Paese, hanno i carri armati, sono tantissimi: qui c'è una vera guerra civile! Noi facciamo le operazioni notturne, dobbiamo liberare le città occupate>>.
<<Operazioni notturne>>. I volti coperti dal passamontagna nero, la mimetica scura sopra le scarpe da ginnastica, il mitra con il visore a infrarossi, la pistola con il silenziatore e il colpo in canna, l'ultimo controllo all'equipaggiamento per essere sicuri che non faccia rumore e poi fuori nell'oscurità. Perché la notte è il regno dei contractor, quello in cui i mercenari sfruttano la loro superiorità guerriera. Piombano sugli avversari nel buio, li vanno a prendere nelle loro case o nei loro rifugi. Chi sono quelle persone da catturare o eliminare non importa: possono essere terroristi od oppositori politici, kamikaze o intellettuali, narcos miliardari o poveri contadini. I bersagli li scelgono i loro padroni per assecondare i governi che pagano, dittatori come Gheddafi o democrazie come gli Stati Uniti. Al telefono il mio vecchio commilitone serbo insiste: <<Allora, hai deciso? Sei con noi?>>.
<<Dai, Andrej, sono cittadino italiano oggi: mi sono fatto in quattro per costruire questa vita, non voglio mandare tutto a rotoli. Tu non ci crederai, ma sono diventato uno scrittore...>>. Prendo fiato e sono sincero fino in fondo: <<E non credo che stiate combattendo contro i terroristi. La tv la guardo: mostra solo gente disperata che vuole la libertà. Senti, Andrej, con queste menzogne che vi raccontano finirete tutti molto male. Ma tu lo sai meglio di me, cerca di ricordartelo...>>.
<<Mi dispiace, Nicolai: stai perdendo una buona occasione, tanti soldi...>>.
<<Non mi servono quei soldi. Non penso ai soldi, penso che ora ho una vita più bella, che merita di più di quell'inferno che state creando in Libia. Io penso ai miei amici, alla mia famiglia, penso al fatto che tra qualche giorno porterò mia figlia alla festa di carnevale...>>.
Nicolai Lilin

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<<VOGLIAMO QUELLO CHE AVETE VOI>>, HA DETTO UN MANIFESTANTE EGIZIANO ALLA CORRISPONDENTE DELLA CNN CHRISTIANE AMANPOUR.
Ma vogliamo vedere che cosa hanno esattamente gli americani? Gli Stati Uniti sono sostanzialmente un Paese più disuguale rispetto all'Egitto. La misura standard della disuguaglianza, il coefficiente di Gini (più alto è il valore, maggiore è la disparità). per gli Stati Uniti è 41, per l'Egitto 29. Il quinto più ricco degli egiziani raggiunge il 39 per cento del reddito totale e il quinto più povero il 9,8 per cento. Per le stesse tipologie i dati negli Usa sono pari al 46 e al 5,2 per cento.
A New York, l'1 per cento più ricco tra gli abitanti guadagna circa la metà (il 45 per cento) del reddito totale della città. In questa fascia di reddito le persone guadagnano mediamente in una sola giornata più di quanto una persona appartenente al 10 per cento più povero guadagna in un anno.
E la democrazia? Sì, gli americani vivono in una democrazia, alla quale partecipa però solo una minoranza. Alle elezioni per il Congresso del 2010, il 60 per cento degli aventi diritto ha scelto di non votare. L'Egitto non ha ancora avuto un'elezione democratica, ma i dati sull'affluenza alle urne in India, per esempio, sono superiori al 60 per cento. La maggioranza (57 per cento) degli elettori indiani proviene dal quinto più povero della piramide, contro il 36 per cento degli Stati Uniti. La differenza tra le due principali democrazie del mondo è questa: in India i poveri votano.
Negli Stati Uniti i ricchi controllano il processo politico, e quindi le priorità del Paese. Il lavoratore medio delle grandi società di Wall Street guadagna sei volte più della media di un insegnante di scuola di New York. Ma la nazione ha davvero più bisogno di operatori di banca che di insegnanti? Questa grottesca disuguaglianza si sente in tutto il Paese, con i lavoratori ordinari che vedono i loro impieghi trasferiti all'estero e il valore delle loro case precipitare. L'ascesa del Tea Party ne è il risultato. Sfortunatamente, la comprensibile rabbia delle persone è stata intercettata dalle imprese e dagli uomini d'affari che ne sono la causa. I più grandi finanziatori del Tea Party sono Charles e David Koch (valgono circa 50 miliardi di dollari) che hanno donato 50 milioni ad associazioni che negano il riscaldamento globale. Il loro piano per il 2012 è spendere 88 milioni per comprarsi il presidente di loro gradimento.
I plutocrati che controllano l'America sono più furbi di quelli che fanno parte dell'oligopolio egiziano. Attraverso i loro finanziamenti anonimi hanno creato movimenti di popolo che hanno convinto la gente della strada a votare non contro Wall Street, ma contro Barack Obama. Il Congresso degli Stati Uniti è una delle istituzioni più corrotte al mondo rispetto a quasiasi ragionevole standard. Per le elezioni del 2010 sono stati spesi 4 miliardi di dollari per il miglior Congresso che i soldi potessero acquistare. Grazie alla disastrosa decisione della Corte suprema sul gruppo di pressione Citizens United, molti di quei soldi sono anonimi. Ora le persone che li hanno spesi stanno chiedendo conto dei loro soldi e i membri del congresso da loro comprati li stano cortesemente ripagando con quel tipo di legislazione dannosa agli interessi di lungo termine del Paese.
Suketu Mehta

L'espresso

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/finestrasullamerica/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1982&ID_sezione=58&sezione=


lasthand
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mont77
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Tunisia, Egitto, Marocco, Algeria, Siria, Iran, Yemen e Libia: svolta epocale?

.....o un gran bel affare!per i soliti potenti!


lasthand
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lasthand
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D1r7y5p0ng3
Joined: 14.06.2008

C'è ancora gente che crede negli ideali?

Siete sicuri? Bene, anch'io...il problema successivo è quello di sostituire i pazzi con i giusti, ed è qui che s'innalza la montagna, che poi divide la destra dalla manca.

Bisogna trovare la forza per scalarla, credo, altrimenti non si può incontrare l'altro...e si resta tutti a bivaccare, a valle.

Il problema è la preparazione, se non si leggono i libri, se non si studia, non ci si dedica anima e corpo...
poi si finisce a voler scampare il militare in cambio di un 18 politico