Il rais politico fugge fra le imprecazioni e i fischi del popolo insorto mentre im militari assumono la parte dei mediatori, dei traghettatori verso una possibile ma improbabile democrazia. Perché non hanno partecipato alle ferocie e agli abusi del sultanato non perché hanno a loro disposizione i carri armati e cannoni.
Segue un altro strano fatto: i peggiori sostenitori dei regimi autoritari, i carcerieri, i torturatori, i fucilatori, i poliziotti, le spie, i cortigiani più ladri e malvagi pensano che è l'ora di mettersi in salvo come si può, affidandosi ai barconi malandati dei traghettatori senza scrupoli che riempiono il mare con i loro convogli disperati, che la Marina da guerra italiana sorveglia e guida fino a Lampedusa.
E l'informazione fa di queste ciurme delle vittime del nuovo potere, da persecutori a perseguitati che bisogna soccorrere nei centri di accoglienza da cui partiranno per raggiungere i loro complici in Francia o in Germania dove anche loro, come il rais, hanno messo in salvo i frutti delle loro rapine.[...]
Gli insorti occupano le piazze e festeggiano. E noi che siamo passati nel secolo scorso per quest'esultanza di questi popolari tripudi non possiamo trattenere un pensiero amaro: e poi? Poi come finirà quando dei rais di turno si sarà persa la memoria e i generali si saranno messi d'accordo con i nuovi politici per organizzare una qualche democrazia autoritaria dove i poveri cui una volta nella vita viene concesso di occupare le piazze delle capitali saranno stati rimandati nelle loro periferie?
Giorgio Bocca
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Gheddafi li teneva in vita con sussidi che bastavano a comprare da mangiare, procurarsi le sigarette (che fumano come ciminiere), magari un po' di hashish (che circola in abbondanza) e perfino una bottiglia di grappa prodotta localmente, lascito della colonizzazione italiana. Ma certamente non a costruirsi un futuro. <<Non avrò mai soldi per comprarmi una casa, e quindi, secondo la nostra tradizione, non potrò mai sposarmi>>, sospira Maadi, un disoccupato trentenne.[...]
Per i ragazzi l'unica esperienza di guerra precedente è quella con i videogiochi. <<Sono qui con i miei vecchi compagni di scuola>>, racconta Mohammed, 21 anni, mentre lubrifica la mitragliatrice a Brega, una cittadina strategica sulla via per Sirte, la città natale di Gheddafi: <<Nessuno di noi ha un lavoro vero, "the Gheddafi" ci ha tolto tutto, ma adesso lo costringeremo ad andarsene>>. Sanno di non avere altra scelta. Se il "cane pazzo" resterà, loro saranno tutti giustiziati. Tanto vale morire in battaglia da martiri, lottando per liberare il Paese. Anche se non è poi così facile.
Qualche giorno fa un ragazzo poco più che teenager si era messo a prendere a calci una bomba inesplosa. E' scoppiata. Lui è morto sul colpo. <<Non esiste disciplina, ognuno fa quello che vuole>>, si lamenta Bashir mentre gestisce due cellulari e decine di conversazioni con uomini che pendono dalle sue labbra: <<Fumano troppo hashish e continuano a sprecare munizioni sparando in aria>>. Sono vestiti come capita, con giubbotti di tela cuciti in Egitto, con giacche mimetiche e pantaloni verde militare trovati nei depositi dell'esercito, con coperte di lane e T-shirt del Che. Alcuni indossano scarpe da ginnastica, altri mocassini neri più adatti a un ufficio che al fronte, altri ancora soltanto ciabatte di plastica. Chi riesce a trovarlo si infila in testa un fez rosso, accessorio delle truppe scelte del dittatore. E poi ci sono gli uomini del Sud che combattono con lunghe tuniche bianche e giacchette di pelle che ad un occidentale ricordano i mujaheddin afghani. <<Ma con l'Afghanistan e l'Iraq non c'entriamo nulla, e tantomeno con Al Qaeda>>, ribattono loro.
Andare a combattere è una scelta individuale. Ti chiamano al telefono gli amici e, se te la senti, parti. In qualunque momento puoi tornare indietro. Non esiste un esercito e dunque nemmeno la diserzione. <<Guardiamo la televisione, chiediamo agli altri dove si trovano e poi partiamo per aiutare i nostri fratelli>>, racconta Abdullah, 27 anni: <<E se non abbiamo le armi, non importa. Le raccoglieremo dai morti>>.
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L'infanzia in un paese totalitario come l'Urss, la povertà, il carcere, la guerra civile che ha diviso la Moldavia facendomi diventare cittadino della Transinistria, i due anni di combattimenti in Cecenia come cecchino delle forze speciali di Mosca e poi il lavoro di mercenario. Sì, mercenario: lo dico senza giri di parole. Io ho rivisto come il crollo del mondo di quando ero bambino, la disillusione per gli slogan del socialismo reale, mi avessero lasciato dentro un deserto. E un Kalashinikov tra le mani come unico strumento per imporre i miei sogni.
Di gente come me e lui ne ho incontrata tanta. Conoscevano solo la guerra, non riuscivano a immaginare un'esistenza pacifica. Come il protagonista di "Hurt Locker", non sapevano farne a meno. Erano passati dalla Bosnia, dal Kosovo, dalla Cecenia agli ingaggi per le agenzie private, che li pagavano per combattere in Iraq, in Georgia e in Afghanistan. Alcuni erano anche peggio: esaltati, nichilisti che vedevano nell'uccidere e nel rischiare la morte l'unica dimensione. Anarchici in brutta copia, che sfogavano nelle armi le loro frustrazioni e la loro follia. E se gli domandavi <<perchè lo fai>> ti rispondevano con un silenzio dhe dava la misura del loro vuoto interiore. Per questo sono convinto che il mestiere del mercenario non è una professione, ma una condizione mentale che nasce da un degrado abissale. Persone che vanno contro le leggi umane fondamentali e fanno della forza un concetto universale: pirati insani, che amano la distruzione. Non sono semplici assassini per soldi: è gente che ha attraversato ogni limite, fino a ritrovarsi nell'inferno.
Oggi questi prigionieri del male sono diventati gli ingranaggi di un'industria florida e spietata, che sfrutta la loro maledizione per arricchirsi: aziende che offrono un percorso legale alla marcia della morte. Sono i nuovi signori della guerra, quelli a cui gli Usa e l'Occidente hanno subappaltato le battaglie più sporche in Iraq e in Afghanistan. Alcuni si limitano a fornire servizi di scorta, proteggendo diplomatici o imprenditori senza badare a quanti muoiano perchè il viaggio sia sicuro. Altri invece offrono brigate armate di tutto punto: hanno tank, elicotteri e persino bombardieri. E tutti si nutrono di guerra.
Sono soldati che non richiedono ideologie: basta pagarli. Non hanno bandiere, spesso i contractor sono vecchi nemici: in Iraq ho visto lottare fianco a fianco serbi e croati che dieci anni prima si erano sparati addosso. E quando muoiono non c'è bisogno di funerali solenni: i più fortunati, quelli ingaggiati dai big, hanno almeno un'assicurazione che li farà ricordare da figli sperduti o da vecchie madri; per molti non ci sarà nemmeno una croce sulla tomba.[...]
A quel punto è squillato il cellulare, con il prefisso della Libia che non avevo mai visto. All'inizio la mia sorpresa è stata allegra: <<Andrej, allora, come butta? Sei già diventato miliardario? La tua agenzia ti ha portato tanti soldi?>>. <<Ma che! Uno come me se nasce povero, povero muore. Ho chiuso la mia agenzia un anno fa, troppa burocrazia e poco lavoro...>>. Io faccio una battuta: <<Allora sei tornato contadino, come tuo padre?>>. Ma lui non era in vena di scherzi: <<No, sono di nuovo operativo. Ti sto chiamando proprio per questo: ci sono tanti soldi, Nicolai, così tanti che in Israele non li guadagnavi in un anno! >>.
<<Operativo>>. Una parola che contiene tutto. Che mi trascina in un passato di blindati, di appostamenti, di battaglie tra i monti e le case della Cecenia e di tanti altri posti che vorrei dimenticare. Mi rendo conto che Andrej non sta giocando. Adesso capisco quel senso di fatica che c'è nella sua voce. <<Ma dove li trovi così tanti soldi? Chi ti paga?>>.
<<Ma tu non guardi la televisione? Non hai visto cosa succede in Libia?>>.
<<Non mi dire che sei andato a servire a quel pezzo di merda di Gheddafi!>>.
<<Tu non immagini quanto potere ha questa persona, mi hanno arruolato insieme con altri 300 operatori in un solo giorno, hanno pagato il triplo di commissioni alle nostre agenzie>>.
<<Come è possibile? Gheddafi sembra isolato...>>.
<<Ufficialmente lavoro per una compagnia petrolifera di proprietà del figlio del presidente. Mi pagano 10 mila euro a settimana. In questo paese se loro non controllano la situazione, tutto finirà nelle mani dei terroristi di Al Qaeda!>>.
<<Non mi dire che lo fai solo per salvare il mondo dai terroristi...>>.
<<Come sempre, nel culo ai terroristi, fratello! Senti, qui c'è tanto lavoro, mi hanno assegnato un reparto mobile: ho due elicotteri e 30 persone, serbi, croati, ungheresi, ucraini, lituani. Ma ci servono i cecchini. Abbiamo solo due tiratori capaci di colpire a 800 metri, come te: se vieni ti pagheranno un sacco di soldi!>>.
<<Ma che dovete fare, Andrej? Contro chi dovete combattere?>>.
<<Ma tu proprio non guardi la televisione! I terroristi, hanno preso in mano il Paese, hanno i carri armati, sono tantissimi: qui c'è una vera guerra civile! Noi facciamo le operazioni notturne, dobbiamo liberare le città occupate>>.
<<Operazioni notturne>>. I volti coperti dal passamontagna nero, la mimetica scura sopra le scarpe da ginnastica, il mitra con il visore a infrarossi, la pistola con il silenziatore e il colpo in canna, l'ultimo controllo all'equipaggiamento per essere sicuri che non faccia rumore e poi fuori nell'oscurità. Perché la notte è il regno dei contractor, quello in cui i mercenari sfruttano la loro superiorità guerriera. Piombano sugli avversari nel buio, li vanno a prendere nelle loro case o nei loro rifugi. Chi sono quelle persone da catturare o eliminare non importa: possono essere terroristi od oppositori politici, kamikaze o intellettuali, narcos miliardari o poveri contadini. I bersagli li scelgono i loro padroni per assecondare i governi che pagano, dittatori come Gheddafi o democrazie come gli Stati Uniti. Al telefono il mio vecchio commilitone serbo insiste: <<Allora, hai deciso? Sei con noi?>>.
<<Dai, Andrej, sono cittadino italiano oggi: mi sono fatto in quattro per costruire questa vita, non voglio mandare tutto a rotoli. Tu non ci crederai, ma sono diventato uno scrittore...>>. Prendo fiato e sono sincero fino in fondo: <<E non credo che stiate combattendo contro i terroristi. La tv la guardo: mostra solo gente disperata che vuole la libertà. Senti, Andrej, con queste menzogne che vi raccontano finirete tutti molto male. Ma tu lo sai meglio di me, cerca di ricordartelo...>>.
<<Mi dispiace, Nicolai: stai perdendo una buona occasione, tanti soldi...>>.
<<Non mi servono quei soldi. Non penso ai soldi, penso che ora ho una vita più bella, che merita di più di quell'inferno che state creando in Libia. Io penso ai miei amici, alla mia famiglia, penso al fatto che tra qualche giorno porterò mia figlia alla festa di carnevale...>>.
Nicolai Lilin
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<<VOGLIAMO QUELLO CHE AVETE VOI>>, HA DETTO UN MANIFESTANTE EGIZIANO ALLA CORRISPONDENTE DELLA CNN CHRISTIANE AMANPOUR.
Ma vogliamo vedere che cosa hanno esattamente gli americani? Gli Stati Uniti sono sostanzialmente un Paese più disuguale rispetto all'Egitto. La misura standard della disuguaglianza, il coefficiente di Gini (più alto è il valore, maggiore è la disparità). per gli Stati Uniti è 41, per l'Egitto 29. Il quinto più ricco degli egiziani raggiunge il 39 per cento del reddito totale e il quinto più povero il 9,8 per cento. Per le stesse tipologie i dati negli Usa sono pari al 46 e al 5,2 per cento.
A New York, l'1 per cento più ricco tra gli abitanti guadagna circa la metà (il 45 per cento) del reddito totale della città. In questa fascia di reddito le persone guadagnano mediamente in una sola giornata più di quanto una persona appartenente al 10 per cento più povero guadagna in un anno.
E la democrazia? Sì, gli americani vivono in una democrazia, alla quale partecipa però solo una minoranza. Alle elezioni per il Congresso del 2010, il 60 per cento degli aventi diritto ha scelto di non votare. L'Egitto non ha ancora avuto un'elezione democratica, ma i dati sull'affluenza alle urne in India, per esempio, sono superiori al 60 per cento. La maggioranza (57 per cento) degli elettori indiani proviene dal quinto più povero della piramide, contro il 36 per cento degli Stati Uniti. La differenza tra le due principali democrazie del mondo è questa: in India i poveri votano.
Negli Stati Uniti i ricchi controllano il processo politico, e quindi le priorità del Paese. Il lavoratore medio delle grandi società di Wall Street guadagna sei volte più della media di un insegnante di scuola di New York. Ma la nazione ha davvero più bisogno di operatori di banca che di insegnanti? Questa grottesca disuguaglianza si sente in tutto il Paese, con i lavoratori ordinari che vedono i loro impieghi trasferiti all'estero e il valore delle loro case precipitare. L'ascesa del Tea Party ne è il risultato. Sfortunatamente, la comprensibile rabbia delle persone è stata intercettata dalle imprese e dagli uomini d'affari che ne sono la causa. I più grandi finanziatori del Tea Party sono Charles e David Koch (valgono circa 50 miliardi di dollari) che hanno donato 50 milioni ad associazioni che negano il riscaldamento globale. Il loro piano per il 2012 è spendere 88 milioni per comprarsi il presidente di loro gradimento.
I plutocrati che controllano l'America sono più furbi di quelli che fanno parte dell'oligopolio egiziano. Attraverso i loro finanziamenti anonimi hanno creato movimenti di popolo che hanno convinto la gente della strada a votare non contro Wall Street, ma contro Barack Obama. Il Congresso degli Stati Uniti è una delle istituzioni più corrotte al mondo rispetto a quasiasi ragionevole standard. Per le elezioni del 2010 sono stati spesi 4 miliardi di dollari per il miglior Congresso che i soldi potessero acquistare. Grazie alla disastrosa decisione della Corte suprema sul gruppo di pressione Citizens United, molti di quei soldi sono anonimi. Ora le persone che li hanno spesi stanno chiedendo conto dei loro soldi e i membri del congresso da loro comprati li stano cortesemente ripagando con quel tipo di legislazione dannosa agli interessi di lungo termine del Paese.
Suketu Mehta
L'espresso
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