Ciao a tutti,
Sono in ritardo sull'annunciata pubblicazione del post delle 19:00, per problemi tecnici; ma adesso eccomi qui.
[POST ORIGINARIAMENTE SCRITTO IL 03GEN18]
Mimmo e la memoria di una storia vera
Oggi mi dedico ad una cosa che avrei voluto fare tanto tempo fa: rivalutare la memoria.
Premesso che in qualità di animale erbifumo ho una memoria a breve molto scarsa, come elefante (sono arrivato a superare i 90kg) la mia memoria a lungo termine è ricca di esperienze ancora vive fra i miei neuroni ed il mio cuore. Ed allora voglio dedicarmi a curare la memoria, non mia, ma di un caro amico e della sua famiglia. La memoria di un ragazzo semplice e buono, un gigante non particolarmente brillante ma con un cuore immenso.
E della sua famiglia; un fratello più piccolo di 3 anni (era in classe al liceo con mia sorella, sua coetanea), un padre libero professionista ischitano sposato e devoto a sua moglie, una donna forte, una dirigente scolastica, che era la colonna vertebrale e il motore primo della intera famiglia.
Una famiglia che abitava a via Mezzocannone a Napoli, nel palazzo del cinema, all'ultimo piano; una casa modesta e semplice, con mobili antichi e simil-antichi, Un ambiente tipicamente partenopeo, un'educazione tipicamente partenopea, una famiglia tipicamente partenopea.
E quelli a cui non interessa una storia di memorie napoletane, possono cambiare post. Gli altri, si mettano comodi perché la storia è lunga...
Insomma, questo post mi è stato ispirato da una crisi di malinconia profondissima che mi ha colto ieri sera/notte.
Ho ricordato una storia, una persona, una famiglia, una serie concatenata di tragici eventi, un amico, un altro amico, 9.490 giorni trascorsi assieme fra i 13 ed i 29 anni, la stessa classe della stessa scuola per cinque anni, le passeggiate e le esplorazioni insieme, i giri in motorino di giorno e di sera, e poi di notte in macchina, a zonzo per la città, in qualche bar, pub, cinema, e le ragazze, e quella compagna di classe che piaceva a me e al mio amico e che non ci si inc_lava manco de pezza a tutti e due, e le vacanze assieme a Serapo, a Ischia, a Taormina, e le gole dell'Alcantara, e...
Un mondo, un mondo intero di cose, persone, emozioni, tutte collegate a Mimmo e a Fabio.
E Mimmo dal febbraio 2010 non c'è più.
Ma la storia non è così semplice e breve, così diretta ed asettica come la morte che ti coglie nel letto, né così splatter come un incidente d'auto, né così banale come l'essere colpiti da un meteorite infuocato mentre si esce di casa.
La cosa s'intrica, si sviluppa, prende forma e vita nella famiglia Irace, ne segna il DNA dell'albero genealogico ed anche il destino, lento e inesorabile, tessuto dalle mani di mille megere con un telaio d'acciao bruno, in cui il filo del fato s'intreccia, s'avviluppa, s'annoda... e si spezza.
Mimmo è figlio di una famiglia medio-borghese napoletana del centro storico, madre dirigente scolastica dal carattere duro, determinato, volitivo, e padre bonaccione, di origini ischitane, geometra ai tempi in cui essere geometra era un segno professionale altamente distintivo; per intenderci, aveva contribuito a costruire svariati hotel, restaurant e strutture ricettive nei diversi Paesi in cui Ischia è divisa.
Entrambi sono considerati stimati professionisti ma entrambi sono modesti, umili di un'umiltà "paesana", verace, genuina. In loro (come poi in Mimmo e nel fratello di tre anni più piccolo Francesco) è viva una vena partenopea nel parlato, in cucina, nelle abitudini, nel modo di porsi nei confronti dell'altro; una spontaneità particolare, una predisposizione ad accoglierti e renderti parte del loro mondo. E chi tiene le redini della famiglia, prende le decisioni sui figli e sul loro futuro è la madre, esigente ma buona, che ama i figli sopra ogni cosa.
Mimmo nasce sano, robusto; ma un giorno, ancora in fasce, cade e urta la testa contro un termosifone. Ciò gli provoca un'ampio e profondo edema cerebrale farmacoresistente e, all'epoca dei fatti e per diversi anni da allora, considerato inoperabile.
La sua vita è condizionata da una serie di gravi crisi lipotimiche ed epilettiche, una tendenza all'autolesionismo, difficoltà nella comprensione e nell'apprendimento, problemi di socializzazione. Il tutto in crescente evoluzione man mano che la sua vita va avanti ed affronta il liceo.
Io lo incontro a 13 anni in primo liceo scientifico, al "G. Mercalli" di Via A, d'Isernia a Napoli nel lontano 1984. I genitori lo avevano voluto iscrivere nella Sezione A di quella scuola lontana da casa, in un "quartiere bene" della città, perché era considerata la migliore in assoluto fra quelle dei Licei Scientifici pubblici della città per qualità degli insegnanti, dei genitori e selezione degli alunni; perché il figlio per loro era un ragazzo normale anche se con qualche difficoltà, e doveva affrontare la vita in maniera normale, in una scuola normale, anzi, prestigiosa; per dargli il futuro migliore che potessero immaginare.
Ma, nella scelta della classe, non avevano fatto i conti con il classismo. I nostri compagni provenivano dalle migliori famiglie e dalle migliori zone della città, tutte ben distanti dalla "napoletanità" espressa da Mimmo e Fabio, altro ragazzo di famiglia modesta proveniente dal centro storico della città, e tendono ad escluderli dalle loro cricche, dalle uscite, dalle feste.
Da subito, con Mimmo e Fabio leghiamo particolarmente; il resto della classe ci puzza di snob, tende ad escludere Mimmo per la sua cadenza partenopea e la sua pinguedine (è un ragazzo alto e robusto, ma tendente al grasso), e Fabio per la sua sempiicità e "napoletanità", e noi tre alla fine dei conti preferiamo fare fra noi cose che troviamo divertenti e gratificanti. E i nostri compagni di classe, personalmente, non mi sono mai mancati quando uscivamo Fabio, Mimmo ed io.
Ed eccoci qui, Mimmo, Fabio ed io

Mimmo, io e Fabio

Mimmo ed io

Ma per Mimmo il sentirsi escluso era terribile, e cercava di rimediare in ogni modo omologandosi il più possibile ai suoi compagni; iniziò ad usare un linguaggio pomposo e pieno di orpelli gramaticali, a vestire marche che vedeva addosso agli altri, a cercare di correggere la sua cadenza napoletana, e tanto altro: si iscrisse anche in palestra ed intraprese una dieta molto rigida, perdendo chili e ammassando muscoli, diventando in breve un uomo dal fisico massiccio, dal cuore buono e dalla mente disturbata.
E tutto scorre più o meno liscio, tranne qualche episodio particolare di autolesionismo da psicosi e alcune crisi lipotimiche di Mimmo (avvenuti in casa e in strada mentre io non c'ero), fino alla quinta liceo, quando Francesco (il fratello di Mimmo), passeggero di una moto guidata da un suo amico, ha un gravissimo incidente a Torre del Greco (Napoli) ed entra in coma per vari giorni. All'epoca Francesco aveva 15 anni; la madre diventa una sorta di mistica pia dedita quasi esclusivamente alla preghiera per il figlio, e distribuisce santini a chiunque le faccia visita in ospedale (dove passa la maggior parte del tempo vegliando il figlio minore fuori della sala di rianimazione) raccomandandosi di avere fede e di pregare per un miracolo, perché la morte cerebrale è sempre più prossima.
Ma il miracolo non avvenne, e Francesco si spense in una notte d'estate a ridosso degli gli esami di maturità.
Fabio ed io ci eravamo organizzati un certo giorno per andare a mare a Sorrento allo stabilimento della zia della mia amica Solange. Ricordo che la notte prima avevo avuto un incubo: Francesco mi si era mostrato in sogno venendomi incontro ed abbracciandomi, e io gli avevo detto "Francesco, ma cosa hai fatto? Cosa è successo?" e lui, stringendomi fraternamente, mi disse "Sono passato per salutarti ed abbracciarti. Adesso devo andare. Abbi cura di Mimmo.". "Dove devi andare?" risposi "Aspetta.". Ma la sua figura svaniva come fumo nell'ombra. Mi risvegliai in lacrime, e mi riaddormentai con grande difficoltà.
Il giorno dopo eravamo appena arrivati allo stabilimento quando l'atoparlante gracchiò "Il Sig. Pierluigi Castaldii è pregato di recarsi in direzione per una comunicazione telefonica urgente".
Era mio padre, che mi dava la triste notizia che Francesco si era spento nella notte. E io ripensai al mio sogno.
La salute fisica e mentale di Mimmo nel frattempo era molto peggiorata, e durante le lezioni (mentre il fratello era ancora in coma) gli venne una grave crisi lipotimica, una cosa simile all'epilessia ma più complessa da gestire, che mise alla prova l'intero staff scolastico e la mia calma. Fu una cosa molto impressionante, che mi diede il senso di quanto il mio amico soffrisse per quello che considerava un suo grande handicap, di cui mi aveva parlato ma che non si era mai manifestato in maniera così dirompente.
Ed anche il suo linguaggio andava via complicandosi: le frasi diventavano farraginose, piene di congiuntivi e condizionali infilati là un po' a caso, difficili da seguire per l'interlocutore, e a volte, anche se raramente, prive di senso. Mimmo stava iniziando una nuova fase di isolamento: si allontanava da tutti cambiando lingua.
Ricordo una sera in macchina, sotto casa mia dopo un'uscita in un pub; stavamo facendo un'ultima chiacchiera con Fabio e Mimmo, il quale ultimo iniziò a blaterare frasi incomprensibili senza capo né coda infilandoci dentro i soliti condizionali e congiìuntivi a caxxo; gli dissi "Amico mio, ma ti senti mentre parli? Non capisci che gli altri non ti seguono, che ti capisci da solo, che è un ulteriore modo in cui tu ti stai chiudendo al mondo?". Lui mi rispose semplicemente: "Pigi, io lo so, ma lo so qui.", indicandosi la testa; "Non riuscirò a smettere finché non lo capirò qui", appoggiando il palmo della sua enorme mano sul cuore. Fu una grande lezione per me.
La reazione di Mimmo alla scomparsa del fratello è diametralmente opposta a quella della madre: inizia ad odiare Dio e qualsiasi aspetto religioso della vita.
Finito il Liceo Scientifico ognuno di noi tre sceglie una facoltà universitaria diversa: Mimmo decide di iscriversi a Fisica con orientamento teorico, contro ogni logica e consiglio di chi gli volesse bene; Fabio prende Geologia, interessato più allo studio della materia che agli sbocchi lavorativi; io mi iscrivo per un anno a ingegneria, ma lo studio troppo intenso (non uscivo più, studiavo solo) e teorico (i primi anni gettano le basi per qualcosa di cui vedrai un'applicazione pratica solo al triennio) mi convincono dopo quattro esami superati brillantemente di cambiare facoltà, in favore di Economia e Commercio che poi concluderò in quattro anni e un mese.
Purtroppo, come da ogni previsione plausibile, la mente debole e confusa di Mimmo non riesce ad affrontare le tematiche profonde e complesse della fisica teorica, ed il mio amico inizia un lungo calvario leopardiano di "studio matto e disperatissimo" durato svariati anni, in cui i fallimenti agli esami erano più delle piccole soddisfazioni di qualche 18 ogni tanto: credo ci abbia provato fino allo stremo di ogni sua energia per sette o otto anni; Mimmo aveva la psiche debole ma la capa tosta come la lonsdaleite ( https://it.wikipedia.org/wiki/Lonsdaleite -appartenente ai c.d, https://it.wikipedia.org/wiki/Materiali_superduri).
E così il tempo passa e una sera, uscendo a prendere un panino e una birra con Fabio e Mimmo, con quest'ultimo si accende una veemente discussione per una stronzata di cui non ricordo nemmeno i dettagli. Fatto sta che litighiamo pesantemente e non ci sentiamo per un bel po', qualche settimana, forse un mese e più. Finché un giorno non mi arriva la telefonata della madre. Ricordo che mi rimproverò aspramente per il fatto che non stessi chiamando più Mimmo, ed alcune sue parole che mi colpirono duro: "Non ci si comporta così con un compagno". Ogni volta che ci penso mi si stringe il cuore. Fu così che trovai il coraggio di richiamare Mimmo per invitarlo ad una rimpatriata con Fabio.
Non lo trovammo per nulla in buono stato; ci raccontò dei suoi studi complicatissimi, di come non riuscisse a superare gli esami, di come si stesse di fatto chiudendo sempre più spesso in casa da solo.
Nel frattempo Mimmo e la famiglia cambiano casa: raccolgono tutti i loro risparmi e comprano un appartamento bello, ampio e soleggiato all'ultimo piano di un palazzo di Via Bonito al Vomero (Napoli). La permanenza nella casa in cui avevano condiviso l'inizio della loro vita col povero Francesco, scomparso così drammaticamente, era diventata per loro impossibile; cambiando casa tentavano e speravano di allontanare almeno in parte il fantasma del tempo che fu, di affievolire in qualche modo il ricordo, di trovare un po' di pace. La casa originaria della famiglia fu da allora affittata a camere a studentesse fuori sede, e Mimmo, per sentirsi utile e importante, iniziò a seguirne la manutenzione nel poco tempo libero che gli studi gli lasciavano.
Durante quel periodo Mimmo, oltre a peggiorare psicologicamente e a chiudersi ed isolarsi sempre più, inizia ad avere alcuni problemi che lo porteranno poi a scoprire di avere un tumore maligno al piloro.
Col passate del tempo, mi ero laureato e lavoravo in Smart-Mercedes; nel tempo libero ero spesso ad un biliardo a via Solimena al Vomero (Napoli) con il mio amico Roberto (livellatore). Mimmo si era nel mentre operato di tumore e aveva iniziato il ciclo di chemio e radio terapia, estremamente aggressive, dato il tipo di tumore affrontato. E allora, per evitare di farlo stare solo in casa, per farlo uscire anche dietro preghiera del padre e della madre che lo vedevano sempre chiuso dentro, lo invitavo spesso a giocare a biliardo (in realtà mi teneva compagnia, perché non era per niente capace) e a chiacchierare, prendere un caffè o un gelato, bere e/o mangiare qualcosa, insomma: passare il tempo distraendosi un po' da quegli studi di fisica che ancora si ostinava a portare avanti nonostante la malattia e i continui insuccessi agli esami.
Ricordo il primo giorno che venne in sala: Era vestito con un jeans, una camicia chiara ed un maglione scuro, e portava un cappelletto di quelli da baseball (una novità per lui). Mi salutò abbracciandomi fortissimo, come faceva sempre, fino quasi a sollevarmi da terra, poi prese posto su uno sgabello di quelli alti, vicino al banco di servizio del biliardo a cui stavo giocando. Iniziò a raccontarmi del centro di chemio e radio terapia a cui andava diverse volte al mese, e dei bambini "Pigi, tu non puoi immaginare: i bambini che soffrono e che fanno chemioterapia e radioterapia, poverini, coi capelli a chiazze, i visi magri e lividi, gli occhi, quegli occhi di dolore...".
E intanto si era levato il cappello, e la lampada del banco di servizio del tavolo gli illuminava il viso smunto sul grigiastro, cadaverico, le occhiaie profonde e gli occhi rossi, e quei quattro spelacchi di capelli che gli erano rimasti in testa che lo rendevano simile ad uno zombie appena resuscitato dopo anni sotto terra. Ed io pensavo "Guarda questo pover'uomo, che soffre in questa maniera barbara e che pensa ai bambini, ai poveri bambini deperiti e senza capelli. Come se a casa non avesse uno specchio". Mimmo era così: buono, altruista. E riusciva a farti sentire piccolo piccolo di fronte alle sue sofferenze, al suo coraggio ed alla sua volontà titanica.
E Mimmo si riprende anche da questo trauma, smette chemio e radio e supera il tumore, anche se con il fisico molto indebolito dal male e dalle cure.
Col passare del tempo, si era per inciso anche trovata la possibilità di operare il suo edema cerebrale che, insistendo pesantemente sul cervello, portava mille scompensi fisici e psichici al povero Mimmo. Ma, nonostante le continue pressioni della madre e del padre, Mimmo non ne vuole sapere di operarsi.
Finché una notte la madre muore improvvisamente di ictus.
Mimmo accusa violentemente il colpo, e per la legge del contrappasso, e per onorare il ricordo della madre, fa due cose: diventa estremamente religioso, iniziando a frequentare parrocchie e gruppi parrocchiali, santuari, luoghi di culto, parroci, monaci, vescovi, prelati di grado più o meno alto, missionari e chi più ne ha più ne metta; e poi, finalmente anche se troppo tardi, decide di farsi operare al cervello.
L'operazione riesce perfettamente (anche se lascia il segno di una brutta e lunga cicatrice sul capo), ma putroppo l'insistere dell'edema per tanto tempo su una zona così ampia e profonda del cervello ha lasciato danni ormai irreparabili; i benefici ci sono, ma rispetto a quelli ottenibili operando molto tempo prima, sono assolutamente irrisori. Mimmo continua ad essere seguito da psicologo e psichiatra che modulano e rimodulano la sua terapia farmacologica di supporto, ma senza ottenere risultati in termini di apertura del mio amico al mondo in genere: sta sempre più in casa senza interessi se non lo studio, complica ulteriormente il suo linguaggio, inizia ad avere allucinazioni sinenstesiche (che coinvolgono più sensi insieme: visive, auditive, tattili, olfattive). Una volta Mimmo, seduto accanto a me in un vagone della funicolare, lo sguardo perso nel vuoto, mi dice "Pigi, c'è uno scontro a fuoco con i carabinieri, sento la puzza della polvere da sparo, posso vedere i proiettili che ci sfiorano mentre noi siamo seduti qui senza far niente: dobbiamo intervenire".
Dopo vari mesi e tentativi, la terapia opportunamente modificata sembrava aver sortito alcuni effetti positivi: le allucinazioni erano scomparse, anche se Mimmo usciva sempre poco di casa.
Ha deciso di cambiare Facoltà universitaria, e mi chiede consigli su Economia. Io gli rispondo che è una buona Facoltà, con molto di pratico e di umanistico oltre che scientifico, e che lo avrei potuto aiutare a preparare gli esami il sabato e la domenica (gli alti giorni lavoravo).
Bene, dopo qualche giorno Mimmo mi chiama e mi comunica di essersi iscritto ad una laurea triennale afferente all'ordinamento economico. Quando gli chiedo qual è il nome del corso di Laurea mi spara un qualcosa di complicatissimo (che ancor oggi non ricordo e non capisco) sui metodi matematici e statistici finalizzati ai modelli economici. Una cosa che ci voleva un ingegnere nucleare solo per riuscire a spiegarti cosa caxxo fosse. Mimmo aveva cambiato Facoltà senza cambiare nulla: restava ancorato alla sua affabulazione in merito a modelli teorici e scienze matematiche e statistiche. Mimmo era Mimmo, d'altronde.
Ovviamente, il calvario dello studio, ancora una volta matto e disperatissimo e con scarsi risultati, continuò, alimentando la mania di Mimmo intorno ad esso ed alla sua ferrea volontà di superare gli esami; perché lui doveva capire quelle cose così complicate, non poteva mica considerarsi un fesso qualsiasi che si lasciava abbattere dalla materia ostica.
Uscivamo sempre meno di frequente, perché così voleva; lo andavo a trovare a casa quando per me possibile, ma lo trovavo apatico rispetto a qualsiasi forma di divertimento, ed interessato solo allo studio ed alla manutenzione dell'appartamento di Via Mezzocannone, sempre affittato a studentesse.
Aveva iniziato a portare gli stessi vestiti per vari giorni, se ne sentiva l'odore di stantio, ed a lavarsi e curarsi del suo aspetto molto poco. Era spesso spettinato, coi capelli non tagliati per lungo tempo che prendevano pieghe tutte loro, anche attorno alla cicatrice sulla testa. Mimmo peggiorava ancora, e io non sapevo che fare.
Finché una fredda e buia sera del 25 febbraio 2010, mentre ero nella mia bella casa di Pozzuoli al Parco Cordiglia (120mq coperti e 200mq di giardino, uno sproposito di quando lavoravo molto ed ero molto ben pagato), lo squillo del telefono ruppe la conversazione che Olga (la mia compagna di allora e di oggi) ed io stavamo facendo intorno a non so più che cosa. "Pronto?" dico dopo aver premuto il tasto verde del portatile per dare il via alla conversazione. Dall'altro capo del telefono una voce mesta e confusa pronunciava frasi ad un interlocutore a lei vicino, la voce di una donna che conoscevo ma che non riuscivo a ricollegare. Colgo qualche frammento della conversazione che si sta tenendo all'altro capo del telefono "Ecco, è lui". "La tragedia, adesso come gli dico della tragedia?"
Oddio, quale tragedia? Chi è questa donna, la conosco ma non collego, chi è?
"Pierluigi, sono la zia di Mimmo. Io non so come dirtelo, Mimmo oggi è finito. Era alla stazione della metropolitana Vanvitelli che aspettava il treno per scendere a Mezzocannone e dare un'occhiata all'appartamento delle studentesse. Ha avuto improvvisamente un infarto, ha chiesto aiuto, si è accasciato al suolo e non c'è stato niente da fare. E' morto, Pierluigi, è morto."
Dal mio lato del telefono ero riuscito solo a dire qualche "no..." infilato qui e lì fra le frasi che la zia di Mimmo mi stava sparando addosso a raffica senza pietà; e io non avevo il giubbetto antiproiettile, e comunque dubito che mi sarebbe davvero servito.
E ripenso a tutte le volte che avevo visto Mimmo portarsi di colpo la mano in petto accompagnando il gesto con una smorfia di dolore, e dicendo subito dopo "Niente, non è niente; un dolore intercostale improvviso.". E a tutte le volte in cui avrei dovuto avere cura di lui e portarlo a controllo cardiologico, per quei dolori improvvisi a cui lui non badava. Avrei potuto e non l'ho fatto. "Abbi cura di Mimmo", mi ripete la visione onirica di Francesco mentre si dissolve nel buio della mia fase REM. "Non ci si comporta così con un compagno", riecheggia la voce della mamma di Mimmo. Avrei potuto e non l'ho fatto.
E così, del nucleo originale della famiglia Irace di via Mezzocannone a Napoli, restava solo il capostipite Vincenzo, padre di Mimmo e Francesco.
L'ho chiamato svariate volte, Vincenzo, dopo la morte di Mimmo; mi aggiornavo sul suo stato di salute anche con la sorella, a volte; si stava pian piano lasciando andare. Ci ha messo meno di quattro anni a spegnersi dopo la morte del primogenito: l'11 di febbraio del 2014 mi arrivò una telefonata dalla nipote, che mi annunciava la sua fine e mi comunicava la data del funerale, a cui non mancammo né Fabio né io.
11 Febbraio 2014. Questa è la data in cui un intero nucleo familiare è scomparso definitivamente dalla faccia della terra, come da dettagli sopra fornitivi. Il punto alla fine del periodo degli Irace di Via Mezzocannone a Napoli.
Ah, per inciso, una volta Mimmo mi salò la vita; affrontavamo con gran divertimento delle onde enormi che il mare di Serapo in piena agitazione continuava a sbattere con veemenza sul bagnasciuga. Bandiera rossa, due bagnini ci guardavano col cannocchiale mentre andavamo incontro ai cavalloni, ci giravamo e nuotando li cavalcavamo fin dove potevamo. Nel bel mezzo di una di queste cavalcate pazzesche, preso a nuotare in un'onda particolarmente alta e potente, che schiumava rabbiosa della nostra presenza, mi si lussa la spalla destra e vado sotto, trascinato dalle correnti impetuose di quel mare in tempesta. Riesco e riemergere due volte per prendere aria, ma potendo contare solo su un braccio non riesco a tenermi a galla e vengo di nuovo trascinato giù dall'impeto delle correnti. Mimmo mi vede da lontano, e con poche poderose bracciate mi raggiunge e mi tira su, nuotando con un braccio solo e con l'altro tenendomi il busto fuori dall'acqua, raggiungendo la riva a dispetto di ogni bordata che il mare ci tirasse contro.
Ed io, che sono un semplice bardo di passaggio, che ha intrecciato la sua storia col destino di queste brave persone, sono qui a tenere viva la memoria della famiglia Irace, affidandola a questo blog e a qualche altro. Sperando che chi la legge la voglia condividere, lottando così contro l'estinzione vista nel piccolo di un segmento sociale.