Siamo alle solite, tutti devoti, tutti pii, ma tutti a coltivarsi il proprio orticello sputtanando gli altri. I protestanti ce l'hanno con i cattolici, gli gnostici con i mussulmani, tutti pronti a criticare le parole contenute nelle Scritture degli altri, ma incapaci di vedere le castronerie scritte sui propri, o peggio ancora, a compiere azioni in contrasto con esse.
Tutti pronti a definire Verità una frase che fà comodo, ma tralasciano quelle scomode, sulle quali dovrebbero riflettere.
Se è vero che ne uccide più la lingua che la spada, siete sicuri di essere meglio dei talebani?
Sulla Stampa di oggi c'è un'intervista della Maggioni ad Assad, immagino sia uscita anche su altri giornali, consiglio di leggerlo. Altrettanto interessante è una pagina dedicata alla promozione di un libro, "Storia dei ricchi. Dagli schiavi ai super-yacht, duemila anni di ineguaglianza" di John Kampfner (Feltrinelli), che parla di come, da sempre, all'accumulo esagerato di ricchezze, spesso senza scrupoli, sia seguita la ricerca del consenso attraverso la beneficenza e l'arte.
"Ai nostri giorni inoltre i super-possidenti hanno moltissimo da far dimenticare; 30 anni fa l'amministratore delegato medio americano guadagnava 42 volte la somma intascata dal lavoratore medio. Ma alla metà del primo decennio del 2000 il rapporto era salito a 380 volte. I primi 300.000 americani hanno accumulato un reddito pari a quello degli ultimi 150 milioni.
E non basta. Il guadagno del 2012 dei cento miliardari più ricchi del mondo era di 240 miliardi dollari, quattro volte la somma necessaria a spazzar via la povertà globale estrema. Nemmeno i recenti fallimenti dello scorso decennio hanno dunque intaccato la torta con cui nel mondo s'ingozzano i ricchi. A consolarci c'è solo il loro amore per l'arte e la filantropia."
Legandomi a quanto scritto da N1 e Trax, per spiegare chi ha insegnato a quei popoli a comportarsi come bestie, cito un'altra fonte, "Gli spettri del Congo" di Adam Hochschild (Rizzoli).
""L'orrore! L'orrore!" sussurra morendo uno dei grandi personaggi romanzeschi del Novecento, il Kurtz di "Cuore di tenebra" (io l'ho letto grazie ai 100 pagine 1000 lire tanto bistrattati da cerberum), che sulla palizzata davanti alla sua casa nella foresta aveva conficcato le teste di indigeni uccisi. Quel regno dell'orrore, sulle rive di un fiume africano che sulle mappe sembra un serpente, non era una creazione della fantasia di Joseph Conrad. Era l'immenso Congo che il re di una piccola nazione, Leopoldo II del Belgio, riuscì ad ottenere come possesso personale grazie ad un'abilissima campagna di pubbliche relazioni, nel nome della promozione di ricerche geografiche e scientifiche, della lotta ai mercanti di schiavi arabi, della filantropia, della civiltà e del progresso.
Per raggiungere il suo scopo reclutò il più celebre esploratore del suo tempo, Henry Morgan Stanley, inviò missionari per redimere gli indigeni, si mosse con abilità nelle conferenze diplomatiche dove le grandi potenze coloniali europee si spartivano il mondo conosciuto e quello ancora da scoprire. Il risultato fu un flusso costante di ricchezze, ricavate soprattutto dal commercio di gomma e avorio, nelle casse di Leopoldo, e il genocidio di milioni di congolesi, sfruttati fino alla morte da un regime commercial-militare fondato consapevolmente sul terrore: lo spaventoso prologo, ormai dimenticato, di un secolo di stermini di massa.
Nella storia non compaiono solo malvagi di grandezza shakepeariana come Leopoldo, degno di figurare accanto a Hitler e Stalin nella galleria dei mostri del Novecento, o i modelli che servirono a Conrad a creare la figura di Kurtz, come il capitano Lèon Rom, che ornò il giardino di casa con le testa di 21 "ribelli". Ci sono anche gli idealisti che, denunciando lo scandalo del Congo, fecero nascere il primo movimento mondiale a favore dei diritti umani: i neri americani George Williams. giornalista, e William Sheppard, missionario, che diedero voce agli africani oppressi: Edmund Dene Morel, un funzionario delle dogane che, osservando le navi che scaricavano le ricchezze del Congo e ripartivano cariche di soldati e fucili, intuì la vera natura di quegli scambi commerciali; Roger Casement, il console britannico in Congo che raccontò in patria ciò che vedeva, e che sarebbe poi diventato un martire dell'indipendenza irlandese."

